Marano e l’ultimo grande scandalo sull’edilizia. Rese note le motivazioni del Tar che ha accolto il ricorso dei Polverino sulla palazzina acquisita dal Comune e poi sanata…

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Sono state rese note le motivazioni del Tar (seconda sezione) che nei giorni scorsi ha accolto il ricorso di Vincenzo e Annunziata Polverino. Un ricorso promosso in relazione alla palazzina di via Sant’Agostino, già oggetto di precedenti pronunciamenti (Tar nel merito e Consiglio di Stato sospensiva) favorevoli ai Polverino.

La storia ha dell’incredibile ed è uno dei tanti scandali (Marano è la patria delle magagne amministrative) che ha accompagnato la vita del Comune a partire dagli anni Novanta.

I fatti, li riassumiamo per non tediare i lettori, sono stati già oggetti di altri articoli, ma ora c’è una ulteriore novità, un’ulteriore ciliegina sulla torta.

Nel 1992 il Comune di Marano scopre che in via Sant’Agostino, una laterale di via Del Mare, sorge una palazzina abusiva. L’ente, dopo aver espletato le procedure finalizzate al ripristino dello stato dei luoghi (ordinanze di abbattimento), all’acquisizione dell’immobile al proprio patrimonio comunale. La palazzina, dunque, da quel momento non sarebbe più sanabile e dovrebbe essere destinata all’abbattimento o in alternativa utilizzata per i fini sociali previsti dalla legge. Le notifiche degli atti tuttavia non finiscono – come ricostruito dal Tar – nelle mani dei proprietari dell’immobile, bensì ad alcuni familiari. Ed è questo il primo vulnus della vicenda. Notifiche non completate in modo corretto – secondo i giudici amministrativi – e che hanno così consentito ai Polverino di vincere, mesi fa, un primo ricorso.

Ma andiamo avanti con questa storia che, se si fosse verificata in un altro comune del mondo, avrebbe suscitato indignazione e polemiche a non finire. A Marano non accade, invece, perché le persone sono ormai assuefatte a tutto e a tutti.

Tra il 1994 e il 1995, come si evidenzia nella sentenza, i proprietari dello stabile presentano al Comune una decina di istanze di condono edilizio. Il bene – tenetelo sempre a mente – era già stato acquisito al patrimonio dell’Ente un paio di anni prima. Il Comune, o meglio gli uffici preposti, dichiarano però procedibili quelle istanze, “non ravvisando vincoli ostativi al rilascio dei permessi di costruire in sanatoria”. Il bene è abusivo, è ormai del Comune e dovrebbe essere abbattuto, ma qualcuno (negli uffici) dice – atti alla mano – ai Polverino che invece il tutto può essere sanato.

Si va avanti. Il Comune (qualche dipendente o dirigente dell’ufficio tecnico o chissà chi) non si limita a dichiarare sanabile l’immobile, ma richiede ai proprietari – in cambio del rilascio dei permessi – il pagamento delle oblazioni ed oneri nonché il benestare da parte della Provincia in relazione al vincolo idrogeologico presente sulla zona.

Autorizzazione della Provincia che arriverà nell’aprile del 2008. Un anno prima, nel 2007, Polverino Vincenzo (cugino del boss Giuseppe e tuttora detenuto) presentava al Comune di Marano le attestazione di avvenuto saldo della quota relativa all’oblazione da pagare.

Il 4 agosto del 2014, 22 anni dopo il primo atto emanato dall’ente (acquisizione del fabbricato al proprio patrimonio), lo stesso ente comunale, in pratica l’ufficio tecnico, autorizzava la rateizzazione del contributo di costruzione ancora dovuto al Comune.

Successivamente, tra il 2016 e il 2017, l’amministrazione comunale (all’epoca diretta da una triade commissariale) comunicava l’avvio del procedimento di revoca dell’autorizzazione a rateizzare gli importi dovuti. E ancora, qualche mese dopo, veniva comunicato a Polverino Vincenzo che sussistevano ulteriori motivi ostativi, in precedenza mai dedotti, che inficiavano l’intero procedimento teso a condonare l’abuso.

Per il Tar, che ha accolto il ricorso, il Comune si è mosso in tempi sproporzionati e si è pertanto formato il cosiddetto silenzio-assenso. “Non c’è contestazione – scrivono i giudici amministrativi – in relazione all’adempimento dei ricorrenti, i quali hanno saldato, a mezzo di pagamento, la differenza dovuta per l’oblazione; prodotto le autorizzazioni sul vincolo idrogeologico richiesto in Provincia e ottenuto l’autorizzazione a rateizzare gli oneri”.

Il procedimento del Comune doveva essere completato, ribadiscono i giudici, nell’arco di 24 mesi. Ed invece di anni, dall’acquisizione al patrimonio comunale al diniego delle istanze di condono, se ne sono trascorsi “soltanto” 25.

Ma i giudici vanno oltre e spiegano che nel 2014 – in relazione alla questione della rateizzazione delle somme – Il Comune richiama una legge (la 10 del 1977) che già all’epoca “era da ritenersi superata”.

L’autorizzazione a rateizzare, concessa ai Polverino nel 2014, avviene inoltre sulla base di una presentazione di una polizza fideiussoria (e su questo punto abbiamo scritto tantissimo perché a Marano con le polizze si è fatto di tutto e di più).

I ricorsi, essendosi formato negli anni un tacito accoglimento delle istanze di condono, sono stati accolti. Ne consegue l’annullamento dei dinieghi motivati dal Comune e l’impossibilità di poter far valere (in sede di Tar) l’avvio del procedimento di revoca della concessione.

Morale della favola? Il bene dovrà essere restituito (a meno di ulteriori pronunciamenti in sede di Consiglio di Stato favorevoli al Comune), gli indigenti che dovevano trasferirsi lì (quelli della graduatoria regionale) ne pagheranno le conseguenze e il Comune ha fatto l’ennesima figura…

 

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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