Sanno di avere la corrispondenza sotto controllo, ma non possono evitare di scrivere, di parlarsi, di provare a stabilire contatti tra loro. Sanno di avere il fiato sul collo, ma ci provano lo stesso e non possono fare altrimenti: devono gestire i soldi accumulati con i traffici di droga, devono accordarsi sulla persona che avrà il compito di far girare gli stipendi alle famiglie di detenuti.
Un tema cruciale per l’esistenza di un clan, un argomento che ha spinto presunti boss e gregari a scrivere, a spedire lettere o a usare formule in codice come messaggi nel corso dei colloqui o negli intermezzi di un processo e l’altro. Clan Amato-Pagano, parliamo del gotha dei cosiddetti scissionisti, ancora segnali di fibrillazione, specie per chi si trova alle prese con il regime del carcere duro. Sono diverse le frasi che sono state notate negli ultimi tempi, un lessico che sa a volte di intimidazione, ma che potrebbe anche risultare uno schermo per trasferire un messaggio, per offrire una comunicazione. Scrive un boss del cartello vincente della camorra alle porte di Napoli: «Il pacchetto vacanze, caro nipote, è arrivato… anche se vanno a leggere la posta te lo scrivo lo stesso… e sai dove sta questo pacchetto vacanze? Si trova a Sassari, caro nipote…».
Parole neutre, apparentemente prive di rilevanza, su cui si è soffermata però l’attenzione della Dda di Napoli. In particolare, quel riferimento alla corrispondenza privata monitorata (come da regolamento del 41 bis) ha contribuito ad accendere i riflettori. Cosa voleva dire il boss al nipote? E cosa potrebbe significare che «il pacchetto vacanze è arrivato»?.
Il Mattino
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