Gentile dottore, sono un padre in ansia permanente. Ho un unico figlio, oggi adolescenze, e vivo la mia condizione di padre con una sensazione costante di inadeguatezza. Temo che mio figlio possa soffrire, ricevere delusioni dagli amici, essere infelice per una incomprensione con i docenti, con la madre stessa. Vorrei evitare a lui tutti fallimenti e le frustrazioni che ho avuto io; mi rendo conto che è impossibile proteggere i figli per sempre, ma ore che il cammino è ancora incerto e l’età è tenera, 12 anni mi sembrano così pochi, io devo fare del tutto per riparare mio figlio dalle brutture della vita. E questo impegno mi porta tanta angoscia, da togliermi il sonno e la serenità. Questa mia condizione mentale mi impedisce di pensare ad avere un altro figlio, che mia moglie vorrebbe, e provoca anche continue discussioni con lei, che mi accusa di fare di nostro figlio un disadattato e un debole, un viziato “cocco di papà”. Mi aiuti a comprendere quale sia il modo migliore di essere padre!
Claudio (San Giorgio a Cremano)
I bambini ci guardano in tutti i nostri comportamenti, ci imitano, ci seguono, si identificano, vengono al mondo. Questo è l’unico dato incontrovertibile: il nostro essere figli. Non è una scelta che ci compete: siamo tutti figli, nella nostra unicità e nelle nostre differenze. La nostra nascita appartiene ad altri, a quelli che hanno avuto una progettualità per noi, fatta di ansie, emozioni, angosce. Durante il corso della vita questi aspetti possono assumere una modalità con-fusiva, dove si mescolano i propri desideri e le proprie aspirazioni, con quelle dei figli. I comportamenti dei genitori sono spesso marcati da insicurezza, e non sempre infatti sono disponibili a lasciare andare i figli incontro alla loro vita, a supportarli più che giudicarli, o anticiparli nelle loro scelte, soprattutto in momenti di difficoltà emotiva e di costruzione della loro identità. E’ l’ascolto che manca, nella sua forma di contenitore per le angosce e le paure, siano esse infantili o adolescenziali. Empatizzare non significa “fare al posto di…”, ma riconoscersi nell’altro, nelle sue emozioni, nella sua particolarità di figlio, diverso da un altro. Spesso i genitori hanno una massiva identificazione con i bisogni e i comportamenti dei ragazzi, modalità che nascondono debolezze, attraverso proiezioni, sui figli stessi: esprimono così ferite inscritte nel loro vissuto.
Questi comportamenti hanno fatto perdere autorevolezza e carisma soprattutto al padre, non vedendosi più riconosciuto nel suo ruolo. Ciò non significa una nostalgia di tempi passati, dove il ruolo del padre era inteso nell’essere autoritario, integralista e con scarsa disponibilità al dialogo. La mancanza di chiarezza può dare luogo ad altre mancanze, ad altri vuoti, che non sempre si riesce a colmare da soli. Come fare? Ritornare alla propria nascita, o ri-nascita, alle proprie mancanze, alle proprie angosce, alle proprie debolezze, che non vanno confuse con quelle del figlio. Solo in questo modo i ragazzi potranno elaborare le proprie difficoltà, intese come risorse da cui partire se solo ci si rende conto che anche da un inciampo ci si rialza per riprendere il cammino.
Dott. Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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