La Costituzione italiana poggia su pilastri giuridici che garantiscono l’equilibrio tra potere pubblico e diritti individuali. In questo contesto, gli articoli 27 e 28 rappresentano i fondamenti irrinunciabili dello Stato di diritto: il primo disciplina la responsabilità penale, affermando il principio di personalità della colpa, mentre il secondo stabilisce che i pubblici dipendenti rispondono direttamente, secondo le leggi penali, civili e amministrative, per gli atti compiuti in violazione dei diritti dei cittadini. Questi principi non sono semplici norme tecniche, ma il “vangelo” della legalità, la bussola etica e giuridica per chiunque operi nella sfera pubblica.
Tuttavia, la distanza tra la teoria costituzionale e la prassi politica può talvolta rivelarsi abissale. Un esempio lampante di questa discrepanza si riscontra nel comportamento di alcune figure pubbliche che, invece di incarnare i valori di legalità che dovrebbero difendere, ne diventano i più gravi trasgressori. Si osservano casi in cui esponenti politici utilizzano i propri canali di comunicazione per attaccare sistematicamente avversari o concittadini, basandosi su giudizi sommari, parentele scomode o pregiudizi ideologici, ignorando deliberatamente i limiti posti dagli articoli 27 e 28 della Carta. In tali scenari, la politica non diventa strumento di aggregazione, ma veicolo di illegalità vissuta e di ritorsioni personali, dove la distinzione tra errore e reato viene cancellata dall’arbitrio del potere.
La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi è dunque cruciale: può una persona che sistematicamente ignora o calpesta i principi costituzionali ambire a guidare una comunità? La risposta è negativa. La democrazia non tollera chi confonde il consenso con l’omologazione, né chi scambia l’idiolecta partitica con la rappresentanza reale. La diversità di fede politica e di idee non è un ostacolo, ma la linfa vitale e il “vangelo” necessario per la custodia della vita democratica di un Paese. Qualsiasi comportamento che riduca il dibattito pubblico a scenografia demagogica o a persecuzione ideologica rappresenta una mistificazione inaccettabile, incompatibile con la dignità dell’ufficio pubblico e con il rispetto dovuto alla collettività.
Michele Izzo

























