In queste settimane di campagna elettorale, mentre slogan e promesse si inseguono sui palchi, vale la pena fermarsi un momento e guardare alla sostanza: di cosa parliamo davvero quando parliamo di Regione? Perché il governo regionale non è un’entità astratta, né un semplice passaggio burocratico. È, nel concreto, il principale snodo tra le risorse dello Stato, i fondi europei e la realtà locale. È lì che si decide come si distribuiscono opportunità, servizi, investimenti. È lì che si pesa il futuro della Campania.
Sanità, infrastrutture, finanziamenti ai Comuni, politiche sociali e formazione; industria e agricoltura; rifiuti, tutela del territorio, protezione civile: tutto passa per la Regione. E se la Giunta è il motore esecutivo, è il Consiglio che definisce la direzione politica, la cornice entro cui si muove la macchina amministrativa. La scorsa consiliatura contava 51 membri: 33 di maggioranza, 18 di opposizione. Seggi assegnati per provincia secondo la popolazione: Napoli guida con 27, segue Salerno con 9, Caserta 8, Avellino 4, Benevento 2.
Numeri che contano, certo. Ma è il bilancio a raccontare davvero le priorità: circa 40 miliardi l’anno. Di questi, 11 finiscono in sanità, 10 nel personale (una cifra che la dice lunga sulle rigidità del sistema), soltanto 4 miliardi in investimenti. E ben 15 miliardi vengono redistribuiti sui territori. Il resto? Basti dire che negli ultimi vent’anni le spese regionali per istruzione, trasporti, industria, sicurezza pubblica si sono più che dimezzate. Un trend che incide sulla qualità dei servizi e sulla capacità di tenere il passo con il resto del Paese.
La fotografia economica non è meno impegnativa. Con un Pil di circa 112 miliardi, la Campania vale la metà del Lazio e si colloca al 18° posto per Pil pro capite, davanti solo a Sicilia e Calabria. Le imprese registrate sono oltre 611mila, l’83% attive. Un’economia in larga parte fatta di commercio e servizi, con una componente industriale composita: metalmeccanico, farmaceutico, alimentare, tessile. Settori cresciuti anche grazie a incentivi e agevolazioni che hanno attratto investimenti e sedi operative.
L’agricoltura, invece, è quasi scomparsa dal radar: pesa appena il 3% del Pil, pur generando lavoro per 150mila persone. Il dato sale al 10% considerando la trasformazione agroalimentare. Eppure l’export continua a essere una delle poche colonne solide: 21 miliardi, pari al 18% del Pil.
Il vero punto critico, però, sta nel tessuto produttivo: la dimensione delle imprese. Più della metà delle partite Iva è legata a professionisti, diventati negli ultimi dieci anni l’ammortizzatore sociale di un mercato del lavoro incapace di assorbire i giovani. “Apriti una partita Iva” è stato spesso il surrogato di una politica industriale assente. Risultato: tanti lavori precari, poca autonomia economica, scarsa capacità di accedere al credito. E un sistema imprenditoriale fragile.
Questa fragilità si riflette sul settore edilizio, reggendo finora grazie al ciclo dei bonus ma oggi a rischio rallentamento per un eccesso di offerta rispetto alla domanda. Domanda che, peraltro, nei prossimi anni potrebbe ridursi drasticamente: la Campania potrebbe perdere il 10% della popolazione entro il 2035. Mezzo milione di giovani in meno significa meno forza lavoro, meno consumi, meno attività commerciali da sostenere, meno investimenti immobiliari. E un deprezzamento stimato, già oggi, intorno al 25%.
Questo è il contesto che attende il nuovo Consiglio regionale. Un sistema complesso, che richiede competenze solide, capacità strategica, visione. Non slogan, non programmi striminziti, non battute da comizio. Governare la Campania significa affrontare numeri, tendenze, debolezze, ma anche potenzialità enormi. Significa costruire politiche che tengano insieme sviluppo e coesione sociale, lavoro e innovazione, territorio e servizi.
Significa, in una parola, governare davvero. E questo non può essere affidato alla leggerezza di una promessa, ma alla profondità di una visione.


























