Marano, processo politica-camorra. Il legale dei Cesaro in aula: “Pessima l’indagine sul Pip, i Ros hanno gravi responsabilità”

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“Questo processo ci consente di riscrivere la storia giudiziaria del caso Pip. La prospettazione fatta dalla Procura nel corso del primo processo è stata sconfessata da ciò che è emerso in seguito. I carabinieri del Ros hanno svolto indagini pessime, connotate da profili di illiceità. Sono state travisate le dichiarazioni del pentito Perrone ed oscurate e non valutate a sufficienza situazioni e vicende che erano emerse, già con estrema chiarezza, nel corso delle prime indagini risalenti al 2016”. Parole del professor Vincenzo Maiello, avvocato di Raffaele e Aniello Cesaro, entrambi imputati per corruzione nel processo che vede coinvolti anche l’ex sindaco Mauro Bertini, l’ex dirigente comunale Armando Santelia, l’imprenditore edile Angelo Simeoli e l’ex consigliere Dino Pellecchia. Maiello, nel corso della sua arringa, ha evidenziato i tanti punti contraddittori ed oscuri emersi nelle maglie della prima inchiesta. Il legale dei Cesaro non ha usato mezzi termini: “Il presunto accordo tra i Cesaro e i Polverino è stato sconfessato pienamente. Non è vero che i Giustino, titolari della società che doveva partecipare al bando per il Pip, è stata fatta fuori da ambienti criminali. Bastava poco per rendersi conto che in realtà la Giustino non navigava in quel periodo in buone acque finanziarie, era prossima al fallimento. Era questa la ragione vera per cui, dopo l’iniziale manifestazione di interesse, decisero di non prendere parte alla gara”. Maiello ha proseguito su altri aspetti: “I Cesaro non sono stati agevolati per l’aggiudicazione della gara. Si trattava di un project financing ed erano gli imprenditori a rischiare con i loro capitali. Sono stati minacciati e chiusi in un tugurio da Peppe Polverino e costretti, come confermato anche dal pentito Perrone, a pagare una rata estorsiva pari a un milione di euro. Sono stati poi stati ostacolati da Bertini e Iacolare sul fronte politico. Bertini lo ha fatto sia da sindaco che da non sindaco, da privato cittadino, perché aveva bisogno di denaro per coprire i guai finanziari della comunità artigiana. Il ruolo di Bertini – ha aggiunto Maiello – era già emerso nella prima indagine, ma i Ros lo hanno utilizzato come confidente. I Cesaro, fin dai primi interrogatori, avevano fatto luce sui flussi finanziari tra loro e l’ex sindaco, ma ogni interlocuzione è stata ostacolata da un pregiudizio di fondo. I Cesaro dovevano essere i diavoli e gli altri le povere vittime. In realtà sono state vittime di una concussione”. Poi le considerazioni su Angelo Simeoli: “Non è mai stato condannato o accusato di associazione mafiosa. E’ anche lui, secondo la procura che lo indaga in altri procedimenti, un concorrente esterno. Devo dare atto – ha concluso Maiello, chiedendo l’assoluzione per i suoi assistiti perché il fatto non costituisce reato – che il pm, fuorviato nella prima fase delle indagini dai carabinieri, è stata intellettualmente onesta. Questo procedimento nasce proprio dal fatto che ha capito che le indagini dell’inchiesta madre non sono state fatte nel migliore dei modi e che mancava, anzi, un pezzo importante di verità giudiziaria”.

Ognuno, in realtà, sta aggiungendo pezzi di verità processuali. Ma la verità è che nemmeno questo secondo processo riuscirà a fare luce sul “sistema” Marano. Era sì gestito da un capo, Peppe Polverino, ma lui e i suoi sodali si servivano di tanti referenti, politici e tecnici, che a loro volta concorrevano per loro stessi e non solo per il clan. Tutto ciò ha creato anche una competizione interna tra varie fazioni, ma a Polverino tutto questo, forse, poco interessava: l’importante era fare business e farli bene.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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