«Mistero diesel»: perché i prezzi sono alle stelle se dal Golfo arriva più petrolio?

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È un paradosso che sembra sfidare le leggi dell’economia. Dal Golfo Persico esce più petrolio di prima del conflitto, eppure i prezzi continuano a salire. Il gasolio è diventato uno dei simboli di questa crisi, con rincari che colpiscono i trasporti, l’agricoltura e l’industria, fino ad alimentare proteste in Italia. Per capire questa contraddizione bisogna guardare alla nuova geografia dell’energia. La guerra non ha soltanto interrotto le forniture. Ha cambiato le rotte, i costi di trasporto, le condizioni di sicurezza e gli equilibri fra i grandi esportatori. Soprattutto ha messo in luce una distinzione essenziale: il petrolio greggio non è la stessa cosa del gasolio. La disponibilità dell’uno non garantisce quella dell’altro.

La prima sorpresa arriva dallo Stretto di Hormuz. Secondo i dati della società specializzata Kpler, nella settimana conclusa il 18 ottobre le esportazioni petrolifere del Medio Oriente hanno superato i 24 milioni di barili al giorno, contro i 23,3 milioni precedenti alla guerra. Un risultato straordinario, considerando che l’Iran continua ad attaccare le petroliere e che gli Stati Uniti mantengono il blocco navale sulle esportazioni iraniane.

C’è una precisazione importante. I 24 milioni comprendono sia il traffico attraverso Hormuz sia le rotte alternative. I transiti nello Stretto, inclusi alcuni trasferimenti di carico al largo dell’Oman, sono risaliti a circa 14 milioni di barili al giorno: l’82% dei livelli precedenti alla guerra. Dunque è l’insieme delle esportazioni regionali ad avere superato i volumi precedenti al conflitto.

Questa distinzione rivela un cambiamento strategico. L’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti hanno potenziato il ricorso agli oleodotti che consentono di aggirare Hormuz. A settembre, secondo Kpler, il 40% del greggio non iraniano esportato dal Golfo seguiva rotte alternative, contro il 17% prima della guerra. La capacità di adattamento dei produttori arabi, sostenuta dalla protezione militare americana, ha ridotto il potere di ricatto di Teheran.

L’Iran aveva minacciato di impedire ai vicini di esportare il loro petrolio se non avesse potuto vendere il proprio. Non ci è riuscito. Ma questo non significa che la minaccia iraniana sia diventata irrilevante. La Repubblica islamica può ancora rendere il traffico marittimo pericoloso e costoso. Ed è proprio qui che si trova una prima spiegazione dei rincari.

Il petrolio arriva, ma costa di più trasportarlo. Il sistema che permette alle petroliere di attraversare il Golfo è diventato una complessa macchina di guerra. La marina americana protegge un corridoio vicino alle coste dell’Oman. Alcune navi effettuano brevi traversate nelle zone più pericolose, trasferiscono il greggio su altre petroliere nel Golfo di Oman, poi tornano indietro per un nuovo carico. In questo modo si riduce l’esposizione al rischio delle grandi navi impegnate nei viaggi intercontinentali.

Il sistema funziona, ma i costi sono esplosi. Secondo il Wall Street Journal, le assicurazioni contro i rischi di guerra possono raggiungere il 10% del valore di una petroliera, contro meno del 3% in precedenza. Gli equipaggi ricevono compensi straordinari, in alcuni casi pari a due o tre volte lo stipendio mensile. I noli marittimi hanno raggiunto livelli eccezionali.

C’è perfino una nuova categoria di imprenditori che guadagna dalla guerra. Alcuni armatori hanno trasferito nel Golfo vecchie petroliere utilizzate in passato per trasportare petrolio russo o venezuelano. I profitti possono essere così elevati da giustificare rischi enormi. Secondo Kpler, la rivendita di petrolio iracheno può fruttare agli operatori un margine aggiuntivo di 20 dollari al barile rispetto al periodo precedente alla guerra. Un carico da due milioni di barili può generare 40 milioni di dollari di ricavi supplementari. Tre viaggi possono bastare a ripagare l’acquisto di una petroliera usata.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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