A un passo dal ritorno del mitico lanciafiamme, Vincenzo De Luca ritrova il suo habitat naturale: una telecamera accesa, qualche bersaglio politico davanti e nessuna intenzione di usare il freno a mano. Finita la parentesi regionale, archiviata la stagione degli equilibri di coalizione e con le Politiche all’orizzonte, l’ex governatore torna a prendere la mira. E stavolta il bersaglio principale è quello che dovrebbe essere il suo mondo: il centrosinistra.
Il Campo largo, nella versione de-luchiana, cambia nome e diventa il «Campo Lavrov». Una definizione volutamente provocatoria, buona per riassumere a modo suo tutte le ambiguità che De Luca vede nella politica estera dell’opposizione. Soprattutto nel rapporto con la guerra in Ucraina, dove le distanze interne non sono un’invenzione: Giuseppe Conte e il Movimento 5 Stelle hanno una linea molto più critica sull’invio di armi a Kiev rispetto a quella sostenuta dal Pd di Elly Schlein.
È proprio qui che De Luca trova terreno fertile per la sua nuova offensiva. Perché può essere tutto, De Luca, fuorché uno stinco di santo. Ha costruito per anni il proprio personaggio politico sull’attacco frontale, sull’insulto trasformato in linguaggio politico, sulla battuta che diventa titolo e sulla telecamera utilizzata come una tribuna permanente. Ma quando guarda il Campo largo e ne vede le contraddizioni sulla politica internazionale, sostiene di avere almeno un punto solido da rivendicare.
E cioè questo: non si può pensare di chiedere agli italiani di affidarsi a una coalizione alternativa al governo Meloni senza chiarire prima che cosa quella coalizione pensi della Russia, dell’Ucraina, della sicurezza europea e dei rapporti con gli Stati Uniti.
Il problema, per De Luca, non è soltanto Conte. È il mosaico.
Da una parte il Pd di Schlein, che mantiene una linea favorevole al sostegno all’Ucraina e alla costruzione di una difesa europea. Dall’altra il Movimento 5 Stelle, molto più contrario alla prosecuzione dell’invio di armi. In mezzo Alleanza Verdi e Sinistra, che sulle questioni della guerra e del riarmo europeo si colloca spesso su posizioni ancora più distanti da quelle del Partito democratico.
Non basta dunque una fotografia tutti insieme sul palco per cancellare le distanze. Anche perché, appena si passa dagli slogan alla politica estera, le differenze riaffiorano.
Ed è qui che il vecchio De Luca torna utilissimo a se stesso.
Perché può attaccare Conte, Schlein, Fratoianni e Bonelli con la stessa facilità con cui un tempo distribuiva pagelle alla politica nazionale. Il «Campo largo» gli appare come un’alleanza costruita prima contro qualcuno e soltanto dopo intorno a qualcosa. Una coalizione nella quale il minimo comune denominatore rischia di essere il rifiuto di Giorgia Meloni, mentre sulle questioni decisive — guerra, sicurezza, Europa, politica estera — le differenze riaffiorano appena si accendono le telecamere.
E poi c’è Gaza.
Anche qui De Luca può infilarsi nel varco lasciato aperto dalle differenze e dalle polemiche. Una parte consistente del centrosinistra ha assunto una posizione durissima nei confronti del governo israeliano e della conduzione della guerra a Gaza. Conte e altri esponenti della sinistra hanno utilizzato parole durissime, fino a parlare di genocidio e di crimini di guerra. Al tempo stesso, dentro lo stesso schieramento, non sono mancate prese di distanza nette da Hamas e dalla sua azione terroristica.
Ma De Luca, naturalmente, non è il tipo da perdersi nelle sottigliezze.
Lui prende la contraddizione, la comprime in una battuta e la trasforma in un lanciafiamme politico.
Ed ecco allora il «Campo Lavrov», il «campo» che agli occhi dell’ex governatore finisce per raccogliere posizioni troppo indulgenti verso Mosca e, contemporaneamente, settori della sinistra che sulla questione palestinese sembrano avere una sola parola d’ordine: Israele sotto accusa.
È una semplificazione? Certamente.
Ma è esattamente il genere di semplificazione che De Luca sa trasformare in una formidabile arma comunicativa.
E così, mentre il Campo largo prova a diventare coalizione di governo, De Luca continua a comportarsi come se fosse ancora in campagna elettorale permanente. Non gli interessa più soltanto il Pd, non gli interessano soltanto i Cinquestelle, non gli interessa soltanto la destra. Il suo bersaglio è diventato il sistema politico nel suo complesso, con una particolare predilezione per quello che considera il centrosinistra incapace di decidere.
È la sua vecchia specialità.
Lo faceva quando era governatore. Lo fa da sindaco di Salerno. Lo ha fatto durante il Covid, quando il «lanciafiamme» diventò uno dei simboli più riconoscibili della sua comunicazione politica. E lo fa oggi che non deve più rendere conto, almeno direttamente, agli equilibri della Regione Campania.
Il paradosso è che De Luca può permettersi di criticare il Campo largo proprio perché non deve più necessariamente starci dentro.
Da osservatore esterno può dire quello che agli alleati conviene non dirsi. Può ricordare che Conte e Schlein sulla guerra non hanno la stessa posizione. Può sottolineare che la sinistra più radicale è ancora più distante dalle posizioni del Pd sull’Ucraina. Può mettere in fila le diverse letture di Gaza e chiedere quale sia, alla fine, la politica estera della futura coalizione.
E può farlo con quel tono da professore che interroga una classe convinta di conoscere già la risposta. Naturalmente De Luca dovrebbe stare attento a una cosa: le sue profezie non sempre hanno avuto fortuna.
Basta ricordare Luigi Di Maio e Roberto Fico. All’epoca dell’esplosione del Movimento 5 Stelle erano diventati bersagli quotidiani della sua ironia. Oggi Di Maio svolge incarichi diplomatici per l’Unione europea e Fico è presidente della Regione Campania, sulla poltrona che fino a pochi mesi fa apparteneva proprio a De Luca.
La politica, insomma, ha già dimostrato a De Luca che il futuro non è un terreno sul quale convenga avventurarsi con troppa sicurezza.
Ma il presente, quello sì, gli offre parecchio materiale. Il Campo largo vuole presentarsi come alternativa di governo. Nel frattempo deve ancora fare i conti con le proprie differenze sulla guerra in Ucraina, sul rapporto con la Russia, sulla difesa europea e su una serie di questioni internazionali che difficilmente potranno essere lasciate fuori dal programma.
De Luca, invece, ha già trovato la sua parte.
Non costruire l’alleanza. Non scegliere il candidato premier. Non mediare tra Conte e Schlein. Fare De Luca. Una telecamera, una battuta, un bersaglio e il vecchio lanciafiamme pronto a ripartire.
Perché se il Campo largo vuole convincere gli italiani di essere pronto a governare, prima o poi dovrà spiegare non soltanto contro chi vuole governare, ma anche per fare cosa.
Ed è precisamente su questo punto che De Luca, con tutti i suoi limiti e tutte le sue contraddizioni, ha trovato il suo nuovo terreno di battaglia.
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