
In Campania, la politica sta offrendo uno dei suoi spettacoli più cinici, e forse più rivelatori. Il presidente uscente Vincenzo De Luca, da mesi in rotta con il suo stesso partito, il Partito Democratico, ha accettato di smettere di piantare grane, di porre veti, di sabotare in silenzio l’unità del centrosinistra. Un’apertura, dicono, “responsabile”, per il bene della coalizione e della Regione. Peccato che, in cambio, è arrivato il via libera alla segreteria regionale del PD per suo figlio, Piero De Luca. Un baratto. Un do ut des. Una resa dei conti mascherata da unità ritrovata.
E hanno pure il coraggio di chiamarla politica.
È questa la fotografia impietosa della gestione del potere in Campania: un sistema che non si regge su idee, programmi o visioni, ma su equilibri personali, fedeltà familiari e scambi interni. Il tutto con l’avallo silenzioso — e in alcuni casi complice — di una classe dirigente nazionale che, pur di non affrontare il conflitto, preferisce assecondarlo.
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