L’incoronazione di Piero De Luca: il Pd campano diventa una monarchia

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Non è più solo una questione di strategia politica. Quella che va in scena in Campania sotto le insegne del Partito Democratico somiglia sempre più a un sistema feudale mascherato da congresso democratico, in cui le decisioni cruciali – dal nome del candidato alla segreteria regionale fino alla guida della coalizione – non vengono né discusse né tantomeno votate in un processo realmente partecipato, ma decise a porte chiuse dai pochi che contano.

Il protagonista indiscusso di questa messa in scena è Vincenzo De Luca, che lavora senza sosta per blindare la continuità del suo potere attraverso l’investitura del figlio Piero come segretario regionale del Pd. Una nomina che arriva non dopo un lungo confronto con la base o attraverso un congresso aperto e contendibile, ma al termine di un percorso accelerato, quasi frettoloso, costruito su misura per evitare complicazioni. Un vero congresso-lampo, utile solo a ratificare ciò che è stato deciso in anticipo.

Il finto congresso, la vera successione

Il passaggio generazionale nel regno deluchiano non è nemmeno più velato. È chiaro che l’unica vera garanzia che interessa al governatore è che, anche dopo la sua uscita di scena formale, nessuno possa toccare o deviare dal solco tracciato durante i suoi dieci anni di governo. Nessuna rottura, nessun cambiamento reale: solo continuità. Ed è per questo che Piero De Luca, pur senza un radicamento autentico nel territorio o nella dialettica interna al partito, è stato scelto come successore ideale.

L’obiettivo? Mantenere saldo il controllo sul Pd campano e, con esso, sulle leve del potere regionale. Altro che “nuovo corso”. Qui siamo davanti a un consolidamento dinastico in piena regola.

Il ruolo di Fico: un candidato in attesa di autorizzazione

In questo scenario, anche la candidatura di Roberto Fico appare come una pedina in un gioco più grande. Da settimane l’ex presidente della Camera gira per la Campania per tessere alleanze, ma sempre nell’ambiguità di un ruolo non ancora ufficiale. Il via libera alla sua discesa in campo dipende dal semaforo verde congiunto di Conte e Schlein, ma anche – e soprattutto – dalla benedizione di De Luca e dal consolidamento del patto interno al Pd. Fico, insomma, viene trattato come un candidato sub judice, utile ma da tenere sotto controllo.

Il pressing del sindaco Manfredi perché la candidatura venga ufficializzata in fretta serve proprio a togliere Fico da questa posizione ambigua. Ma l’urgenza non nasce da un impulso democratico, quanto dalla necessità di far partire la macchina elettorale prima che le contraddizioni interne esplodano.

Una democrazia solo di facciata

Nel frattempo, la sinistra interna al partito – quella legata a Ruotolo e Sarracino, vicina alla segreteria Schlein – prova timidamente a mettere dei paletti. Chiede di inserire nel regolamento del congresso anche le date dei voti nelle federazioni provinciali. Ma anche questa rivendicazione, più formale che sostanziale, rischia di naufragare di fronte alla forza dei rapporti di potere già consolidati.

Il Pd campano, anziché rafforzare la partecipazione o aprire a forze nuove, sembra invece intenzionato a gestire le candidature e gli equilibri con la logica del manuale Cencelli. Nessuna apertura alla società civile o alle istanze dei territori, ma solo equilibrio interno tra correnti e correntine, pacche sulle spalle, e spartizione delle preferenze per evitare “cannibalizzazioni”.

Una dinastia, non un partito

Il quadro che emerge è quello di un partito trasformato in struttura di potere personale, più vicino a una corte feudale che a una moderna organizzazione politica. La nomina del figlio di De Luca, l’accordo sul candidato unico, il congresso-lampo, le investiture decise a tavolino: tutto concorre a raccontare un partito che ha smesso di essere spazio di confronto e si è trasformato in apparato funzionale alla conservazione del potere di pochi.

In Campania, il Pd non sta celebrando un congresso. Sta celebrando una successione. E, a giudicare dai toni e dai metodi, più che un passaggio politico, sembra l’incoronazione di un erede. Con la benedizione di Roma, ma senza il consenso vero dei cittadini o della base del partito.

Chi parla ancora di rinnovamento, evidentemente, non ha capito che il Pd campano è già passato dal partito democratico al partito dinastico.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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