Piantedosi, il doppio volto della legalità: inflessibile su occupazioni e immigrazione, morbido sui comuni da sciogliere

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C’è un prima e un dopo nel rapporto tra lo Stato e il centro sociale Leoncavallo. Prima: tre decenni di occupazione, eventi, concerti, attività più o meno lecite in uno spazio privato, in barba alla legalità e con la benevola indifferenza delle istituzioni. Dopo: lo sgombero, eseguito in agosto 2025, senza incidenti, ma con una carica simbolica evidente. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo ha voluto, lo ha rivendicato e lo ha ottenuto. Un’operazione che in molti — anche tra i moderati — giudicano “finalmente necessaria”.

Lo sgombero del Leoncavallo, con i suoi 130 rinvii nel passato, è il simbolo di uno Stato che, per anni, ha preferito voltarsi dall’altra parte. Ora, quel volto dello Stato sembra tornare severo, deciso, inflessibile. Piantedosi incarna questo approccio. È lo stesso ministro che ha imposto una linea dura sugli sbarchi: i numeri parlano di una riduzione degli arrivi di clandestini.

Eppure, qualcosa stride. Perché il rigore che Piantedosi applica con fermezza in alcuni contesti, sembra svanire quando si tratta di sciogliere comuni per mafia o per gravi infiltrazioni. Dal suo arrivo al Viminale, i numeri parlano chiaro: il ricorso allo scioglimento dei consigli comunali si è drasticamente ridotto. Bari è solo il caso più eclatante. Ma basta guardare alla Campania per accorgersi che la lista di situazioni opache — a volte indecenti — è lunga, e troppo spesso ignorata.

Il paradosso è evidente: lo Stato interviene con decisione per sgomberare un centro sociale, ma arretra di fronte a comuni gestiti da sistemi di potere clientelari o peggio. La legge, insomma, viene applicata con due pesi e due misure. Tolleranza zero a Milano, massima cautela altrove. È legittimo domandarsi: perché?

Dietro questa apparente schizofrenia istituzionale ci sono probabilmente valutazioni politiche. Sgomberare un centro sociale ha un forte valore simbolico per l’elettorato di destra. Sciogliere un consiglio comunale, al contrario, significa aprire un fronte complesso, esporsi a critiche, scontentare reti di potere locale che spesso attraversano tutti i partiti.

Ma il principio di legalità non può essere piegato alla convenienza. Se vale per gli spazi occupati a Nord, deve valere anche per le amministrazioni compromesse al Sud. Altrimenti non è più legalità, è solo gestione del consenso.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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