Processo Bertini-Simeoli-Cesaro: ieri le testimonianze di Perrotta, Giaccio, Sgariglia e Pezzella

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Salvatore Perrotta (foto in basso), Biagio Sgariglia, Teresa Giaccio e Rosario Pezzella hanno testimoniato oggi al processo che vede imputati l’ex sindaco Mauro Bertini, l’imprenditore edile Angelo Simeoli e i fratelli Aniello e Raffaele Cesaro. I quattro sono rinviati a giudizio, a vario titolo, per concorso esterno con il clan Polverino e corruzione. Il processo, nato sulla scia dell’indagine sull’area industriale di via Migliaccio (processo archiviato alcuni mesi fa con l’assoluzione dei Cesaro dal reato di concorso esterno), verte su tre specifici filoni: l’acquisto, da parte del Comune, di un immobile nel centro storico di Marano (Palazzo Merolla), l’abbattimento di un’antica masseria (Galeota) e la contestuale realizzazione di un complesso immobiliare e i rapporti (secondo la Procura di natura corruttiva) che intercorsero tra Bertini, Simeoli e i fratelli Cesaro.

Sgariglia, a lungo collaboratore di giunta di Bertini e per un breve periodo anche di Perrotta, ha riferito in merito a una riunione che si tenne in via San Rocco moltissimi anni fa, in una zona a ridosso di quella che sarebbe poi diventata l’area Pip di Marano. Un’assemblea pubblica per discutere sugli espropri dei terreni degli agricoltori della zona, alla quale presero parte – oltre a Sgariglia – l’ex sindaco Bertini (in quel periodo senza alcun ruolo in consiglio comunale), il palazzinaro Simeoli, ritenuto contiguo al clan Polverino, e l’ingegnere Oliviero Giannella, di recente condannato a 10 anni per concorso esterno con il clan Polverino.

Sgariglia, che ha risposto alle domande dell’avvocato Filippelli, legale di Bertini, aveva dichiarato qualche anno fa (processo Pip) di essersi stupito della presenza alla riunione di Simeoli e Giannella e di averne parlato con l’allora sindaco Perrotta. In aula, qualche tempo fa, Sgariglia riferì che Perrotta gli aveva detto di non essere interessato alla vicenda Pip e ai rapporti intercorsi tra Bertini e altri personaggi presenti all’assemblea di San Rocco.

L’ex vicesindaco Giaccio, in relazione all’affare Palazzo Merolla, immobile acquistato dal Comune di Marano (gestione Bertini) una società schermo della famiglia di Antonio Simeoli (successivamente confiscata dallo Stato), ha riferito che la struttura “fu acquistata dal Comune nello stesso giorno in cui la società dei privati lo aveva rilevato dai vecchi proprietari. Come feci notare in Consiglio comunale, la ditta lo aveva acquistato per una cifra vicino ai 400 milioni di lire; il Comune invece lo comprò ad un importo superiore al miliardo di lire”. Per Sgariglia, invece, escusso in precedenza, “Palazzo Merolla fu acquistato ad un prezzo inferiore a quello di mercato”.

Sempre la Giaccio, rispondendo a una precisa domanda del pm Di Mauro, ha fatto riferito che alcuni anni fa, quando ricopriva il ruolo di vicesindaco della giunta Liccardo, si recò in una villa di via Marano-Quarto, confiscata a Luigi Simeoli, figlio di Carlo Simeoli, e di aver rinvenuto in una sorta di scantinato dell’immobile numerosi santini elettorali dell’allora candidato alla Regione Biagio Iacolare. Il rinvenimento del materiale elettorale avvenne nel giorno dell’inaugurazione della villa, alla presenza di molte altre persone. La villa, in quel periodo, era stata affidata a un’associazione no profit del territorio.

Nel corso dell’udienza sono stati acquisiti i verbali dell’ex consigliere Pezzella, già ascoltato dal pm Di Mauro nei mesi antecedenti all’arresto di Bertini e Simeoli, entrambi ai domiciliari da circa due anni. Pezzella, nello specifico, ha riferito solo in relazione agli episodi avvenuti un paio di anni fa in consiglio comunale, allorquando una consigliera di maggioranza pronunciò la seguente frase: “Qua comandiamo noi”. Frase che, assieme ad altre vicende più recenti della vita politica di Marano (mercato ortofrutticolo in primis), è poi finita nelle pagine dell’ordinanza alla base del presente procedimento giudiziario.

Stesso dicasi per Giuseppe Bruno, ex commercialista dei Cesaro e per Domenico Domenicone, a capo della Iniziative industriali di Sant’Antimo. Per entrambi si è ritenuto opportuno acquisire solo i verbali.

Pasquale Granata, un familiare della compagna dell’ex sindaco Bertini, ha invece riferito su un incontro intercorso (una decina di anni fa) tra Bertini e i fratelli Cesaro. In un passaggio del suo breve interrogatorio, Granata ha confermato che i Cesaro aiutarono Bertini ad ottenere un mutuo. Salvatore Perrotta, l’ex sindaco, assistito in aula dall’avvocato Gaetano Mosella, qualche tempo fa indagato dalla Procura (il caso sembra in procinto di essere archiviato), non si è avvalso della facoltà di non rispondere. Nel corso della sua deposizione, sulla scorta delle domande formulate dal pm, ha evidenziato che anche a suo parere il Palazzo Merolla fu acquistato a un “prezzo esorbitante”. Quanto alla Masseria del Galeota, ha ricordato che l’episodio si consumò durante la gestione commissariale (periodo 2004). I fratelli Cesaro, in ordine alla figura di Perrotta, avevano rivelato (dichiarazioni rese qualche tempo fa alla pubblica accusa) di aver dato a Perrotta una somma pari a circa 15 mila euro. Soldi che l’ex sindaco avrebbe richiesto, sempre secondo i due imprenditori di Sant’Antimo, come forma di contributo per il suo partito.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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