Cinque scioglimenti per mafia dovrebbero essere sufficienti per capire che a Marano non siamo davanti a una semplice sequenza di coincidenze, di parentele sbagliate, di amicizie discutibili o di amministrazioni sfortunate.
Eppure esiste ancora una parte piccolissima della città — una trentina di personaggi, quaranta al massimo — che non si rassegna. È il cosiddetto parastato maranese: notabili cittadini, religiosi, filosofi, frequentatori assidui di bar, ex amministratori e persino dipendenti comunali o ex dipendenti sui quali, in alcuni casi, sarebbe meglio stendere un velo pietoso. E poi, immancabili, i due asinelli del corso Mediterraneo.
Un piccolo esercito della giustificazione permanente.
Sono quelli che, invece di analizzare atti, inchieste, provvedimenti, sentenze e documenti, ogni volta ciurlano nel manico. Trovano una scusa, una spiegazione alternativa, un complotto, una distinzione da fare. E, soprattutto, difendono sistematicamente le giunte sciolte e i sindaci finiti nei guai giudiziari.
Si è arrivati persino alla celebre frase: «Se Bertini è mafioso, io sono il capo della mafia». Oggi sappiamo che l’ex sindaco Bertini è stato condannato a 13 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Eppure, per una parte di questo parastato, anche davanti a fatti del genere sembra non bastare mai.
C’è poi l’ex consigliera comunale che in assise era più morbida di un grissino. Prima pretende atti e trasparenza; poi, quando gli atti arrivano e li legge, cominciano le distinzioni, le interpretazioni, le attenuanti, i distinguo.
Perché il problema, evidentemente, non è conoscere la verità. Il problema è non disturbare la narrazione nella quale si è scelto di credere.
E poi c’è il filosofo. Quello che ha sostenuto, in un modo o nell’altro, tutte le giunte poi travolte dagli scioglimenti. Quello che era convinto che Bertini non sarebbe stato mai condannato. Quello che era altrettanto convinto che il Comune di Marano non sarebbe stato sciolto e tanto altro.
Le previsioni sono state smentite dai fatti.
Ma il bello del parastato è proprio questo: quando la realtà smentisce la teoria, non si cambia teoria. Si cambia interpretazione della realtà.
E così, a Marano, si continua a discutere di tutto tranne che dell’unica domanda che dovrebbe interessare davvero: perché questa città è arrivata per cinque volte allo scioglimento per infiltrazioni mafiose?
Non è una domanda che si risolve con la litania delle parentele. Non è sufficiente dire che qualcuno conosceva qualcuno, che un altro frequentava un determinato ambiente, che un amministratore aveva un amico discutibile.
Ci sono atti, relazioni, istruttorie, provvedimenti e decisioni delle autorità competenti. Ci sono fatti che vanno letti e compresi. E se cinque volte lo Stato è arrivato a sciogliere il Comune per mafia, forse sarebbe il caso di smetterla di pensare che cinque volte sia stato tutto un gigantesco equivoco o un gomblotto organizzato dalla stampa.
Il parastato maranese, invece, non chiede verità. Non chiede fino in fondo trasparenza. Non chiede una vera assunzione di responsabilità. Chiede, piuttosto, di difendere lo status quo.
Sempre.
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