Le dichiarazioni di Matteo Salvini, che ha chiesto di fatto che Sigfrido Ranucci si faccia da parte dalla conduzione di Report, rischiano di spostare ancora una volta il centro della discussione. Il punto, però, non dovrebbe essere stabilire se il vicepremier abbia o meno il diritto di chiedere la testa di un giornalista. Il punto è capire se Ranucci sia ancora nella condizione di garantire a una trasmissione d’inchiesta come Report quell’autonomia, quella credibilità e soprattutto quella lucidità che il ruolo richiede.
Ed è qui che la vicenda diventa molto più delicata.
Le conclusioni della Procura sul rapporto tra Ranucci e Valter Lavitola non hanno attribuito al giornalista un ruolo nell’attentato di cui è stato vittima. Questo è un punto che non può essere ignorato. Ma altrettanto difficile da ignorare è ciò che emerge sul rapporto personale tra i due e, soprattutto, il tema della vulnerabilità del giornalista rispetto a un personaggio descritto dagli inquirenti come capace di esercitare una forte influenza su di lui.
Il problema, dunque, non è sostenere che Lavitola abbia condizionato Report: allo stato delle informazioni disponibili, non emerge una prova di ingerenze nell’attività editoriale della trasmissione. Il problema è un altro, ed è forse ancora più scomodo: quanto può essere compatibile con la guida di una trasmissione d’inchiesta un rapporto nel quale un giornalista appare, secondo la ricostruzione investigativa, esposto all’influenza e alle strategie di un faccendiere?
Una domanda legittima, soprattutto quando si parla del responsabile editoriale e del volto di uno dei programmi giornalistici più importanti del servizio pubblico.
Perché Report non è una trasmissione qualunque. Chi la conduce non si limita a presentare servizi preparati da una redazione. È anche il garante pubblico del metodo, dell’indipendenza e dell’affidabilità dell’inchiesta. Deve saper distinguere un informatore da una fonte interessata, un rapporto personale da una relazione professionale, un’informazione utile da una manipolazione.
E proprio per questo il tema della “manipolabilità”, se presente nelle carte investigative e correttamente contestualizzato, non può essere liquidato come un dettaglio irrilevante.
C’è poi un’altra questione ancora più delicata: che cosa sapeva Ranucci dei rapporti, delle attività e dei piani di Lavitola? E soprattutto, quando lo seppe? Con quale grado di consapevolezza? Quali informazioni ricevette? Quali verificò? Quali decisioni prese sulla base di quelle informazioni?
Sono domande che non equivalgono a un’accusa penale e non devono diventare una condanna anticipata. Ma sono domande assolutamente pertinenti quando si valuta l’opportunità che una persona continui a occupare un ruolo così esposto nel servizio pubblico.
Il punto non è quindi se Ranucci sia una vittima oppure un colpevole. Le due categorie non esauriscono il problema. Una persona può essere estranea a un reato e, contemporaneamente, essere considerata dalla propria azienda non più adeguatamente tutelata o affidabile per ricoprire una determinata funzione.
È esattamente questa la valutazione che dovrebbe essere fatta dalla Rai e dal Comitato etico: non una sentenza politica su Ranucci, ma una verifica rigorosa sulla sua idoneità al ruolo.
E qui arriviamo al punto più importante.
Se la Rai decidesse di sospendere Ranucci proprio dopo l’intervento pubblico di Salvini, l’azienda correrebbe un rischio enorme: apparire come un’azienda che obbedisce alla politica. Ma il rischio opposto sarebbe altrettanto grave: mantenere Ranucci soltanto per dimostrare alla maggioranza di governo che la Rai non si lascia intimidire.
In entrambi i casi sarebbe la politica a dettare il calendario della televisione pubblica.
La decisione dovrebbe invece essere presa sulla base dei fatti, delle carte, delle regole interne e della credibilità necessaria per guidare Report. E dovrebbe essere spiegata pubblicamente, con argomenti verificabili.
Perché la questione non può essere ridotta alla solita guerra tra “Ranucci vittima della destra” e “Ranucci uomo da cacciare”. È una semplificazione che fa comodo a tutti e non chiarisce nulla.
La domanda vera è molto più semplice e molto più scomoda:
un giornalista che, secondo la ricostruzione degli inquirenti, è apparso particolarmente esposto all’influenza di un faccendiere, e che avrebbe avuto una conoscenza significativa dei suoi rapporti e delle sue iniziative, può continuare a essere il volto e il riferimento editoriale di una trasmissione d’inchiesta del servizio pubblico?
Se la risposta è sì, la Rai deve spiegare perché.
Se la risposta è no, deve spiegare perché.
Ma non può essere Salvini a decidere. E non può essere neppure la paura di sembrare condizionati da Salvini a decidere.
Perché la vera indipendenza della Rai consiste proprio in questo: non obbedire alla politica, ma nemmeno fare il contrario della politica per dimostrare di essere indipendente. Giudicare i fatti, assumersi la responsabilità della scelta e renderne conto ai cittadini.
© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews


























