Regionali Campania. Un voto in cambio del sussidio? Il ritorno del reddito fa discutere

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La proposta del reddito regionale di cittadinanza, rilanciata dal campo largo a trazione 5 Stelle in Campania, Calabria e Toscana, si presenta come la misura simbolo di questa campagna elettorale. Una proposta che punta dritto al cuore dell’elettorato più fragile, promettendo sostegno economico in territori dove povertà e disoccupazione restano ferite aperte. Ma è davvero la risposta giusta, o soltanto un altro slogan travestito da politica sociale?

Sotto il profilo del consenso, la mossa è astuta. Soprattutto al Sud, dove il precedente Reddito di Cittadinanza ha cementato un bacino elettorale fedele e riconoscente. In Campania, in particolare, la misura nazionale è stata largamente utilizzata — ma anche pesantemente abusata. È qui che si sono registrati numeri alti di truffe e frodi. E ora, il rischio che un reddito regionale diventi una nuova versione dello stesso copione è tutt’altro che remoto.

Molti si chiedono: dove si troveranno i fondi? Chi pagherà il conto? Perché se a Roma il Reddito aveva un bilancio statale alle spalle, qui si parla di fondi regionali, in territori spesso già in difficoltà nel garantire servizi essenziali come trasporti, sanità e scuola. Non solo: la proposta, per ora, è vaga. Nessuna informazione concreta su criteri di accesso, controlli antifrode o strategie per accompagnare i beneficiari verso un impiego. Si rischia un sussidio a vita, senza prospettiva, senza crescita.

A Napoli, dove il turismo è in espansione, il commercio rifiorisce e si intravedono segnali di ripresa, la misura sembra addirittura in controtendenza rispetto alla realtà. Perché rilanciare l’assistenzialismo proprio ora che ci sarebbe bisogno di investimenti su formazione, imprese e lavoro vero?

E poi c’è la questione etica e culturale. Il reddito come strumento di welfare può avere senso, ma deve essere parte di un progetto più ampio. Invece, qui sembra spesso ridursi a un meccanismo di consenso facile, una promessa a breve termine fatta in cambio di voti. Una dinamica che in alcuni casi sfiora il voto di scambio legalizzato, anche se in forma “istituzionale”.

In Toscana, dove le tensioni sociali sono meno acute, la proposta viene letta come un tentativo di cavalcare un modello populista che non appartiene alla tradizione di quella sinistra che ha governato la regione per decenni con ben altri strumenti. E anche lì, le perplessità crescono.

In definitiva, la sensazione è che il reddito regionale rischi di diventare un cerotto su una ferita che richiede un intervento chirurgico. Serve lavoro, non sussistenza. Serve visione, non gestione dell’emergenza. Perché un territorio cresce quando si libera dal bisogno, non quando si abitua a sopravvivere con il minimo.

Se il campo largo vuole davvero parlare al Sud (e non solo al suo elettorato), la sfida non è rifare il Reddito in formato locale, ma costruire alternative vere al bisogno che lo rende necessario. Altrimenti, non sarà un progetto politico. Sarà solo un altro modo, l’ennesimo, per prendere tempo.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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