Il più importante dei referendum per i quali si stanno raccogliendo le firme è solo formalmente contro la legge Calderoli: in realtà è contro il principio costituzionale dell’Autonomia differenziata (articolo 116 terzo comma della Carta), se non dell’Autonomia tout court, come è organizzata nell’intero Titolo V della Costituzione. A dirlo, con esemplare chiarezza, in un’ampia intervista a Il Manifesto (13 agosto), è lo stesso presidente del comitato promotore del referendum per l’abrogazione della legge Calderoli, Giovanni Maria Flick.
Il presidente emerito della Corte, nonché ministro della Giustizia nel primo governo Prodi, dice di aver accettato l’impegnativo incarico di presiedere il comitato per la rilevanza della posta in gioco: «Salvaguardare la Costituzione di fronte a una prospettiva di riforma che minaccia di sconvolgere completamente il tessuto costituzionale». Ma la «riforma» alla quale si riferisce Flick non è solo — e non è tanto — la legge Calderoli: «Nel 2000 si è cercato di introdurre una riforma concettualmente sbagliata che adesso viene utilizzata per portare avanti l’Autonomia differenziata…Un federalismo competitivo e non solidale come lo vede la Costituzione nell’articolo 5». Dunque nel mirino del referendum c’è la Costituzione stessa, che quasi un quarto di secolo fa sarebbe stata stravolta in aperta contraddizione con uno dei principi fondamentali della Carta (art. 5) e che dunque «mette in pericolo la sopravvivenza della Costituzione nella sua interezza». Del resto, conclude Flick, «tutti, anche chi si oppone al referendum, continuano a riconoscere che la riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra per contrastare le prospettive federaliste della Lega e fatta in gran velocità, è stata un disastro. Questa legge (la Calderoli, ndr) ne ripropone gli stessi difetti. Di fronte all’errore commesso allora non era il caso di insistere».
























