Nomine europee, la strategia di Meloni: “Stop ai circoletti e alle nomine a tavolino, dignità per l’Italia”

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La proposta di Giorgia Meloni allora, per ciò che riguarda il metodo e il merito, è la seguente: spezzare l’Europa dei club e dei circoletti, per re-innestare il principio comunitario e cooperativo figlio legittimo dei Trattati. Un principio rivisto e corretto ai nuovi e stringenti scenari internazionali: che richiedono un’Europa interventista sullo scacchiere geopolitico e non sullo stile di vita dei suoi cittadini e delle sue imprese. Su questo fronte, già nell’ultima fase della Commissione Ursula e grazie proprio alla vivace pressione del governo italiano, qualche timido segnale c’è stato: tutto l’opposto dell’agenda rosso-verde del Green Deal, dell’austerità liberale e del dirigismo sospinto dagli esecutivi del centro-nord.

L’idea allora di ripartire esattamente dalla stessa casella d’inizio, dall’intesa Ppe, Pse e Liberali (con gli ultimi due grandi sconfitti nelle urne), con l’aggravante di voler cordonare i Conservatori (co-vincitori insieme al Ppe) e legare l’Italia e la sua premier a un pacchetto già chiuso dalle due anatre zoppe (Emmanuel Macron ed Olaf Scholz), è stata rispedita al mittente. Non per orgoglio ma per precisa responsabilità, perché quell’intesa politicamente non è rappresentativa del responso delle urne. Sia nell’equilibrio delle forze, Ecr è ufficialmente il terzo partito europeo, sia nella proiezione dei governi nel prossimo Europarlamento, con l’esecutivo Meloni unico fra i grandi a uscire promosso dai cittadini.

Al di là della narrazione terrorizzante di certa stampa italiana (l’Italia avrà tutto ciò che le spetta nella prossima Commissione: e ciò conviene, eccome se conviene, a tutti i partner. Messaggio già recapitato, in queste ore, al presidente francese…), la realtà è che non si è trattato di un gesto di forza da parte di socialisti, liberali e di una frangia del Ppe. Tutt’altro: si è trattato del colpo di coda disperato di una stagione politicamente sepolta. L’inizio ufficiale della nuova, infatti, è datato il 18 luglio prossimo: quando la presunta Grosse Koalition dovrà provare a far valere i suoi numeri risicati (399 deputati zeppi di franchi tiratori, altro che trionfo) per la rielezione di Ursula von der Leyen. È chiaro anche agli stolti che le alternative saranno due: rivolgersi ufficialmente ai Verdi, con la conseguente reazione furiosa delle opinioni pubbliche nazionali nei confronti di chi consegnerà le rispettive economie nelle mani dell’elettrico cinese. O chiedere il sostegno a Giorgia Meloni e alla sua agenda: ossia ciò che corrisponde al mandato popolare, maggioritario ben oltre le già trionfanti destre europee, al di là delle geometrie a porte chiuse.

Ma anche qui per la leader di FdI-Ecr sarà una «questione di qualità»: dettata sulle cose da fare, sui programmi. Dossier su dossier. Con in più il portato del voto di Francia e dell’onda blue Marine, dove è più che probabile la certificazione del crollo del macronismo e il relativo cambio di passo, alimentato proprio da ciò che è avvenuto in Italia dalle Politiche del 2022. È chiaro che questo fa paura, molta paura, ai fautori dello status quo rifugiati nei caminetti e nelle conventicole. Sostenuti spudoratamente dalla sinistra di casa nostra che – in pura modalità anti-nazionale – ha invocato l’arco costituzionale nei confronti di Meloni salvo poi, con sprezzo del ridicolo rivelatore della profonda distonia con il sentire popolare, rimproverare a quest’ultima di non essersi accodata alle modalità e all’agenda dell’establishment.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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