
Nel corso dell’atto istruttorio, l’indagato avrebbe ammesso, in tema di finanziamenti alla politica, di avere elargito denaro. Dazioni fatte per un tornaconto personale, per accreditarsi, per avere rapporti con tutti i partiti, avrebbe ribadito a chi indaga così come emerge dalle carte dell’inchiesta. Dopo la prima tranche di ieri che si è protratta fino alle 22, oggi c’è stato il nuovo confronto tra il costruttore e i pm di piazzale Clodio. L’atto istruttorio si è svolto nel carcere di Rebibbia dove Parnasi si trova detenuto dopo il trasferimento dal San Vittore di Milano.
Il lungo faccia a faccia con gli inquirenti dovrebbe servire a chiarire il «sistema Parnasi», ossia quel meccanismo di finanziamento ai partiti, organizzazioni, associazioni e onlus che il 40enne romano ha fatto diventare una sorta di ‘core business’ della sua attività imprenditoriale. La prima tranche dell’interrogatorio ha riguardato le contestazioni presenti nell’ordinanza di custodia cautelare, il suo ruolo nella società Eurnova e il rapporto con Luca Lanzalone, l’ex presidente di Acea, e consulente «di fatto» del Comune di Roma nella trattativa, datata gennaio-febbraio del 2017, per l’abbattimento delle cubature nel progetto stadio. Oggi l’atto istruttorio ha approfondito la pulviscolare attività di erogazione di denaro al mondo della politica, che avveniva spesso in modo del tutto tracciabile ma sulla quale i pm vogliono andare fino in fondo.
Un approccio quello di Parnasi che emerge spesso nelle carte dell’inchiesta. «Io pago tutti», ammette Parnasi in una delle tante intercettazioni presenti negli atti. «Un investimento molto moderato – ammette in un altro dialogo registrato – rispetto a quanto facevo in passato quando ho speso cifre che manco te racconto però la sostanza è che la mia forza è quella che alzo il telefono…». In base all’impianto accusatorio, il gruppo Parnasi avrebbe garantito finanziamenti a molte formazioni politiche o ad organizzazioni ad esse vicine. Nelle carte vengono citati i 250 mila euro erogati, tramite una società del gruppo, all’associazione «Più Voci» vicina alla Lega. È lo stesso Parnasi ad ammettere nelle intercettazioni il suo modus operandi. In un dialogo si lamenta del fatto di dover «elargire somme ai politici» per avere «le autorizzazioni». In una informativa i carabinieri scrivono che «nella conversazione sul finanziamento ad esponenti politici, Parnasi indica nominativi e quote da corrispondere: Francesco Giro 5 (5000 euro), Ciocchetti 10 (10 mila euro), Buonasorte 5 (5000 euro): allo stato non è chiaro se Parnasi stia parlando di finanziamenti leciti o meno, anche se il riferimento a fatture emesse a giustificazione dell’erogazione lascia presumere la natura illecita della stessa», annotano gli investigatori.

























