Con l’udienza di ieri, finita la fase istruttoria, è iniziata quella dibattimentale del procedimento nei confronti dei clan D’Avino e Attanasio. Parola al pubblico ministero. Il pm ricostruisce i fatti di cronaca avvenuti tra il 2010 e il 2014 nei territori di Somma Vesuviana e Sant’Anastasia in provincia di Napoli. E conferma nella sua lunga relazione tutti i capi d’imputazione. I due clan si contrapposero per dividersi quel pezzo di territorio. Traffico di stupefacenti, estorsioni, associazione di stampo camorristico, detenzione di armi e voto di scambio le accuse inserite nella misura cautelare.
La complessa indagine condotta dai carabinieri del Nucleo operativo della Compagnia di Castello di Cisterna e della stazione di Somma Vesuviana, coordinata dalla Dda (Direzione distrettuale antimafia), ha fatto emergere due distinti sodalizi criminali, entrambi dediti alle estorsioni inflitte a decine di imprenditori dei Comuni sui quali sia i D’Avino, sia gli Anastasio esercitavano il loro dominio: estorsioni ripetute anche con minacce concrete di morte (esplosi diversi colpi di arma da fuoco). Il boss Giovanni D’Avino soprannominato «‘O bersagliere», già riconosciuto quale appartenente alla Nuova Famiglia, contro la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo, era il promotore dell’organizzazione. Dopo la fine del potente clan Sarno di Ponticelli (quartiere a est di Napoli) i D’Avino si sono inseriti nella scena malavitosa sotto la protezione della famiglia Fabbrocino. Il terema della Procura di Napoli è che su ogni questione illecita bisognava pagare la tangente al clan. Soprattutto per la gestione delle piazze di spaccio. Ferdinando, figlio del boss, l’ex convivente Anna Giuliano e suo fratello Camillo, Stefano D’Avino, Iossa, Mosca e Scherter ne rappresentavano la cupola, secondo gli inquirenti.
Pianificavano le attività illecite. Addirittura inserivano candidati nelle liste per le elezioni comunali. Grazie anche alle dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia – sottolinea il pm – quali Giuseppe Sarno «Mussillo», Domenico Altieri e Eugenio D’Atri (questi due sono anche responsabili in concorso per il duplice omicidio compiuto ai danni di due giovani, Francesco Tafuro e Domenico Liguori a febbraio del 2016 nel Comune di Saviano in provincia di Napoli), Giovanni Sasso, e il boss della famiglia Stolder di Forcella Maurizio Ferraiuolo. Le attività investigative, oltre alle dichiarazioni, sono state possibili anche grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Ed in particolare una conversazione tra Ferdinando e Di Sarno farebbe intendere la richiesta di aiuto da parte di quest’ultimo al figlio del boss D’Avino: «Mi hanno mandato a chiamare quelli di Sant’Anastasia». La risposta è lapidaria: «Va bene adesso ma la vedo io, non preoccuparti». Il processo si svolge al tribunale di Napoli e il presidente della corte è il gup Bruno D’Urso.
Il rito è abbreviato per tutti gli imputati che sono: Giovanni D’Avino (avvocati Luigi De Vita e Salvatore Di Sarno), e suo figlio Ferdinando che è ancora latitante (assistito da Antonio Fusco), Stefano D’Avino; Anna Giuliano (ex convivente del boss D’Avino) Camillo Giuliano,Mario Schetter, Michele Iossa, Nadia Bova,(agli arresti domiciliari); Domenico Terracciano, Francesco Ioia, Fabio Civita, Giovanni Mosca, Raffaele Anastasio (il legale è Rosario Arienzo), Clemente De Cicco, Salvatore Esposito, Giuseppe D’Ambrosio, Ferdinando Aprile, Domenico Giordano e Carmine (agli arresti domiciliari); Claudio Auriemma; Alessandro Pepe; Fabio Caruana; Giuseppe Di Sarno; Michele Cimmino. Il 19 aprile l’udienza riprenderà con la seconda parte della relazione del pm sul gruppo camorristico Anastasio.























