Quante bugie e inesattezze sull’isola ecologica di località La Volpe. Pochi giorni fa il sindaco Angelo Liccardo e l’assessore Denis Scarmozzino si sono impegnati, con un apposito verbale sottoscritto alla presenza di sindacati, operatori ecologici e rappresentanti della Teknoservice, a dare finalmente piena operatività – dopo anni di sterili annunci – al sito per raccolta dei rifiuti realizzato su un’area confiscata alla camorra. L’obiettivo dichiarato dell’Amministrazione? Aprirla nel giro di pochi giorni o settimane affidandone la gestione alla Teknoservice.
E’ questa l’idea per tentare di trovare una soluzione alla complessa vicenda lavorativa degli operai (ex Falzarano) licenziati con il passaggio di cantiere avvenuto a gennaio.
In realtà le cose sono ben più complesse di quelle prospettate dagli amministratori, sindaco in primis, durante la riunione con le sigle sindacali e con i lavoratori. La verità è che Liccardo e Scarmozzino o mentono sapendo di mentire, o non sanno come stanno realmente le cose oppure fingono di non sapere (per tenersi buoni gli operatori ecologici in esubero) che l’apertura del sito non sarà imminente. E per imminente intendiamo giorni, così paventato durante quella riunione. Per quali ragioni?
Ve n’è più di uno. Per essere inaugurata l’area sottratta alla criminalità necessita di un regolamento che stabilisca i criteri per il conferimento dei rifiuti. Un regolamento che al momento non è stato nemmeno lontanamente abbozzato.
Ma c’è di più: il sito necessita di collaudi tecnici (immissione in fogna e altro) non ancora effettuati. Per ora c’è il via libera soltanto per le attrezzature, alcune delle quali già installate nell’area al confine con Calvizzano, finanziate a suo tempo dalla Regione.
Per mettere mano ai collaudi è necessario, tuttavia, che il Comune individui un responsabile unico del procedimento. E per ora il tecnico comunale che dovrà seguire l’iter pre-apertura non è stato ancora nominato.
C’è poi la chicca delle chicche. Accanto all’isola ecologica, sempre nell’area confiscata alla camorra e che dovrebbe avere una destinazione di pubblica utilità, sorge e opera da anni un’attività commerciale (nella foto in alto) in regime (allo stato) di semi o completa illegalità. Il motivo? Non c’è nessun atto scritto che autorizzi il titolare della fabbrica di cioccolato a restare in quel posto.
Della vicenda si occupò anche il commissario straordinario Tramonti, che a suo tempo fece sgomberare alcuni occupanti. Il prefetto sorvolò soltanto sull’attività in questione poiché – dalle verifiche effettuate – si capì che il titolare della piccola fabbrica non aveva alcun rapporto con gli ex proprietari del bene acquisito dall’Agenzia per i beni confiscati e successivamente dal Comune di Marano.
Solo un patto verbale, insomma, che doveva essere ratificato con le necessarie procedure amministrative. Nulla di tutto ciò stato fatto nel corso degli ultimi tre anni. In pratica, il titolare dell’attività in questione non versa alcun canone all’Ente (dovrebbe essere la norma) né tanto meno è in possesso di documentazione atta a rimanere in quel luogo.
Questo è lo stato dell’arte, questo è quanto (per onestà intellettuale) bisognerebbe dire alla città e soprattutto ai 17 lavoratori in esubero, che non meritano di essere presi in giro o, come si suol dire, di esser mandati a comprare il pepe per l’ennesima volta.
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