La confessione di Valter Lavitola segna una svolta, ma non mette la parola fine alla vicenda dell’attentato a Sigfrido Ranucci. Anzi, apre interrogativi ancora più pesanti.
Lavitola ha ammesso di aver pianificato l’attentato, sostenendo di averlo fatto «per lui», per proteggerlo e consentire un innalzamento del livello della scorta. Una spiegazione che, più che chiudere il cerchio, lascia aperti diversi interrogativi: perché organizzare un attentato per ottenere maggiore protezione? E soprattutto, qual era il vero obiettivo?
Un dato, però, emerge con chiarezza: dopo l’episodio la scorta di Ranucci sarebbe passata da due a otto agenti. Un risultato concreto ottenuto proprio attraverso la messinscena.
Restano poi le chat, le pressioni sulla sicurezza di Ranucci, i riferimenti alla sua possibile carriera politica e quella frase dell’avvocato di Lavitola, «no comment», quando gli viene chiesto se il giornalista fosse a conoscenza del progetto.
La Procura dovrà ora chiarire soprattutto il vero movente: aumentare la sicurezza del conduttore di Report oppure costruire attorno a lui un’immagine, una narrazione e una visibilità politica più forti?
Lavitola, intanto, ha fatto la sua mossa: la confessione potrebbe diventare anche la chiave per ottenere gli arresti domiciliari. Ma la sua versione dovrà essere verificata punto per punto.
E resta una domanda semplice, ma tutt’altro che secondaria: se l’attentato serviva a far aumentare la scorta, adesso che il meccanismo è stato svelato, chi decide se quella scorta deve rimanere a otto uomini?
Perché nella storia Ranucci-Lavitola ci sono ancora troppe domande senza risposta. E forse la confessione è soltanto l’inizio.
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