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Le campagne elettorali, almeno in questa tornata nei comuni a nord di Napoli, sembrano scorrere senza anima. Più che competizioni politiche, appaiono repliche stanche di copioni già visti: stessi nomi, stessi rituali, stessa distanza crescente tra candidati e cittadini.
A Melito il quadro è emblematico. Tre candidati sindaco, ma una vera favorita: Dominique Pellecchia, sostenuta dal solito “campo largo” che, più che entusiasmo, trasmette inevitabilità. Non tanto per forza propria, quanto per la debolezza degli avversari. Le alternative ci sono, ma mancano di peso politico, di carisma, di quella capacità di accendere una comunità ormai assuefatta. Il centrodestra, frammentato e in ritardo, sembra già fuori partita. E mentre la città prova a lasciarsi alle spalle le stagioni di Antonio Amente e Luciano Mottola (destinatario di recente di una condanna, in appello, a dir poco cervellottica e bizzarra), colpisce soprattutto la rapidità con cui pezzi di quel mondo si sono ricollocati altrove. Più che trasformismo, è sopravvivenza politica.
A Mugnano il copione non cambia molto, ma almeno la trama è più chiara: il superfavorito è Pierluigi Schiattarella, forte di un sistema di alleanze ampio, quasi totalizzante, eredità diretta dell’esperienza amministrativa di Luigi Sarnataro. Qui la vera domanda non è chi vincerà, ma cosa farà dopo. Mugnano è cresciuta, forse troppo e troppo in fretta, soprattutto sul piano urbanistico. La stagione della cementificazione ha lasciato segni evidenti. Ora il bivio è netto: continuare così o invertire la rotta, puntando su servizi, ambiente e qualità della vita.
Il Movimento 5 Stelle ha scelto una candidatura identitaria con Massimo Vallefuoco, mentre il centrodestra si regge sulla disponibilità – quasi obbligata – di Gennaro Ruggiero. Poi c’è Nello Romagnuolo, espressione di un’area più radicale. Ma la partita vera, qui, è tutta per i posti (pochi per la minoranza) in consiglio comunale: chi riuscirà a entrare nell’assise e rappresentare un’opposizione credibile? È una sfida minore, ma è l’unica reale.
Infine Calvizzano, dove almeno si intravede uno scontro più politico, anche se segnato da storie personali. Da una parte Giacomo Pirozzi, sindaco sfiduciato che prova a tornare puntando sul consenso diretto; dall’altra Luciano Borrelli, che costruisce la sua sfida su una rete più ampia, parlando di “filiera istituzionale” e collegamenti sovracomunali. In un comune piccolo, dove non è nemmeno previsto il voto disgiunto, è uno scontro netto: appartenenza contro organizzazione.
E poi c’è il contorno, forse l’unico elemento che rompe davvero la monotonia: le verifiche avviate dai Carabinieri sulle liste elettorali a Mugnano. Un segnale, più che uno scandalo, ma sufficiente a introdurre un minimo di tensione in una campagna altrimenti piatta.
Il dato politico, però, resta uno: poca partecipazione, poco entusiasmo, pochi contenuti. Gli elettori appaiono stanchi di incontri fotocopia, promesse riciclate e candidati già conosciuti. Le elezioni si vincono ancora, ma sempre più spesso per inerzia.
Tre comuni al voto, dunque, ma una sensazione comune: più che scegliere il futuro, si sta amministrando il presente. E senza scosse, difficilmente qualcosa cambierà.

