Dai faldoni del Ris emerge il filo rosso che collega la pm che fece condannare Alberto Stasi al generale che lo portò al fermo. Un manoscritto del 13 novembre 2011, con tanto di firma del sostituto procuratore generale Laura Barbaini, la cui grafia è coerente con quella dei post-it trovati sulla copia degli atti secretati della prima indagine archiviata su Andrea Sempio, arrivati illecitamente nelle mani di Luciano Garofano.
Un elemento che si inserisce nel fascicolo della Procura di Pavia sulla corruzione in atti giudiziari, che coinvolge almeno nove persone, tra cui Andrea con Giuseppe Sempio, i suoi avvocati di allora e alcuni esponenti della polizia giudiziaria dell’epoca, tra tutti il luogotenente Silvio Sapone. Oltre al fiume di contanti uscito dai conti dei Sempio e servito, secondo i pm, per comprare l’archiviazione, ci sono una serie di approfondimenti investigativi che avrebbero portato i carabinieri del Nucleo Investigativo di Milano a ricostruire la fuga di documenti riservati, usciti dalla stanza della Barbaini e approdati sulla scrivania del generale Garofano.
I fari sono accesi da una parte sulla pm che si sarebbe prodigata per mantenere Stasi inchiodato alle responsabilità del delitto di Chiara Poggi sia nel 2016, durante la prima inchiesta finita con l’archiviazione di Sempio, sia dall’avvio della nuova indagine della Procura, pronta a chiedere il rinvio a giudizio. Dall’altra parte c’è il generale Garofano, l’allora capo del Ris di Parma oggi sotto i riflettori per aver presumibilmente occultato insieme all’allora capitano Alberto Marino le due controanalisi genetiche e il test sul sangue, tutti negativi, che fanno crollare uno dei maggiori pilastri della condanna a Stasi, ovvero la presenza del Dna con possibili tracce ematiche della fidanzata sui pedali della sua bicicletta.
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