Ranucci-Lavitola, dall’amicizia alle telefonate notturne: il rapporto speciale che porta fino alla bomba

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Dai favori alle conversazioni quotidiane, dal progetto di una discesa in politica alle parole scambiate alla vigilia dell’arresto. La storia del rapporto tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci attraversa l’inchiesta sull’attentato e restituisce un legame molto più stretto di quello tra un semplice conoscente e un giornalista.

Fino alla sera prima del suo arresto, Valter Lavitola continuava a parlare di Sigfrido Ranucci come di un amico. Nonostante fosse ormai consapevole che la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato al conduttore di Report si stava aggravando, Lavitola non sembrava voler rinunciare a quel rapporto.

Domenica sera, a cena nel suo Cefalù Bistrò di Monteverde con lo scrittore Fulvio Abbate, l’ex faccendiere parlava ancora di Ranucci con affetto e preoccupazione. «Provo amarezza per ciò che sta subendo Sigfrido», raccontava, aggiungendo di essere dispiaciuto che il giornalista stesse «passando l’inferno a causa mia». Eppure, fino a quel momento, Lavitola diceva di essere convinto che Ranucci avrebbe continuato a lavorare, magari lontano dalla Rai.

Il giorno dopo, 10 agosto, è arrivato l’arresto. Per la Procura di Roma Lavitola è il presunto mandante dell’attentato del 16 ottobre 2025, quando un ordigno venne fatto esplodere sotto l’auto di Ranucci a Pomezia. Nell’inchiesta viene contestato anche il metodo mafioso.

Ma è proprio qui che la storia dell’attentato si intreccia con una storia precedente: quella di un rapporto personale costruito nel tempo, fatto di telefonate, messaggi, richieste, favori e di una confidenza che, secondo quanto emerge dalle carte dell’indagine, era tutt’altro che superficiale.

Un’amicizia che viene da lontano

Lavitola e Ranucci si conoscevano da anni. Il loro rapporto, secondo la ricostruzione emersa nell’inchiesta e nelle conversazioni finite agli atti, era diventato nel tempo particolarmente stretto: telefonate frequenti, anche in orari notturni, messaggi e reciproche richieste di aiuto.

Ranucci, giornalista investigativo e volto di Report, e Lavitola, ex giornalista-editore e faccendiere con un passato giudiziario, appartenevano a mondi apparentemente lontanissimi. Eppure tra i due si era consolidata una familiarità che andava oltre il semplice rapporto professionale. Il loro legame viene descritto come una relazione nella quale Lavitola cercava spesso di rendersi utile all’amico.

Un episodio raccontato nelle carte riguarda, per esempio, una richiesta scherzosa di Ranucci a Lavitola: «Mi dovresti prestare Gomes». Gomes Clesio Tavares è il collaboratore di Lavitola che gli inquirenti ritengono coinvolto nel progetto dell’attentato e per il quale è stato emesso un provvedimento di arresto.

Sono dettagli apparentemente minori, ma contribuiscono a delineare il tipo di confidenza esistente tra i due. Una confidenza nella quale Lavitola non era soltanto l’uomo che telefonava per parlare di politica o di affari: era una persona alla quale Ranucci poteva rivolgersi anche per questioni pratiche.

Poi arriva l’idea della politica

A un certo punto, però, Lavitola comincia a immaginare per Ranucci un futuro molto più grande di quello televisivo.

Il conduttore di Report, secondo il ragionamento di Lavitola, avrebbe avuto un capitale personale enorme: la popolarità, la riconoscibilità, la credibilità costruita in anni di giornalismo. Da qui nasce il progetto di una candidatura politica.

Lavitola si convince che Ranucci possa trasformare quella popolarità in consenso elettorale. In una delle conversazioni citate nell’inchiesta arriva a sostenere che il giornalista potrebbe prendere da solo il 30 per cento, senza partito. E in un messaggio gli prospetta addirittura: «Tra due anni fai il presidente».

L’idea non sarebbe stata soltanto una fantasia privata. Lavitola avrebbe fatto realizzare anche un sondaggio sulla possibilità di una candidatura di Ranucci. Quel sondaggio è diventato uno degli elementi dell’indagine sul progetto politico.

Secondo la gip, Ranucci inizialmente non avrebbe condiviso formalmente il progetto. Ma, con il passare del tempo, il suo atteggiamento sarebbe diventato più aperto e curioso. Non significa, però, che dagli atti emerga un accordo tra i due per una candidatura: anzi, l’ordinanza sottolinea che il progetto politico sarebbe stato soprattutto di Lavitola e che non risulta un accordo di Ranucci con l’amico per realizzarlo.

Ed è proprio questo uno dei nodi della vicenda: quanto il progetto fosse di Lavitola e quanto Ranucci fosse realmente coinvolto.

Per Lavitola, Ranucci non era soltanto un amico

Nella ricostruzione degli investigatori, il giornalista rappresentava qualcosa di più: un possibile investimento sul futuro.

Lavitola avrebbe immaginato che la popolarità di Ranucci potesse trasformarsi in una carriera politica di primo piano. E, parallelamente, avrebbe immaginato anche un proprio ruolo all’interno di quel nuovo scenario.

È la figura dell’eminenza grigia, del consigliere, dello spin doctor: non necessariamente un uomo in prima fila, ma qualcuno capace di muoversi dietro le quinte e di sfruttare i rapporti costruiti negli anni.

Per questo, secondo la gip, il progetto politico avrebbe potuto rappresentare per Lavitola anche un vantaggio personale. L’ipotesi investigativa è che volesse favorire l’ascesa politica di Ranucci per garantirsi a sua volta un ruolo di rilievo nel nuovo quadro politico.

E allora il rapporto personale assume un significato diverso. L’affetto poteva essere autentico, ma dentro quella relazione potevano convivere anche ambizione, strategia e interesse.

La bomba e il movente più paradossale

Poi arriva il 16 ottobre 2025.

Un ordigno esplode davanti alla casa di Ranucci a Pomezia e danneggia le automobili del giornalista. L’attentato diventa uno dei casi più inquietanti legati alla sicurezza di un giornalista italiano.

Per mesi gli investigatori cercano di capire chi possa averlo ordinato e soprattutto perché.

La risposta ipotizzata dalla Procura e dalla gip è la più paradossale: non un attentato pensato per fermare Ranucci, ma un’azione intimidatoria che avrebbe dovuto accrescere la sua popolarità e favorirne la possibile discesa in politica.

È una tesi investigativa clamorosa e, soprattutto, non è una sentenza. Lavitola è stato arrestato perché ritenuto gravemente indiziato di essere il mandante; il procedimento dovrà stabilire le responsabilità nelle sedi giudiziarie.

Secondo l’ordinanza, dunque, la bomba avrebbe potuto inserirsi proprio dentro quel progetto politico che Lavitola coltivava da tempo: creare attorno a Ranucci un ulteriore consenso, trasformare la vittima di un attentato in un personaggio ancora più popolare e, da lì, aprire la strada alla politica.

Un’idea talmente estrema da sembrare quasi incomprensibile: colpire un uomo che si vorrebbe aiutare.

E Ranucci?

È il punto più delicato dell’intera storia.

Perché mentre Lavitola costruiva scenari politici, parlava di percentuali e immaginava per l’amico addirittura Palazzo Chigi, Ranucci continuava a presentarsi soprattutto come giornalista.

Dalle carte, secondo la ricostruzione della gip, emerge una progressiva curiosità verso il progetto, ma non un’adesione formale. E proprio questa differenza è fondamentale per non confondere il progetto politico di Lavitola con una decisione presa da Ranucci.

Anche sul fronte dell’attentato, l’ipotesi degli investigatori è che il giornalista non fosse consapevole del piano. Il paradosso della vicenda sta quindi tutto qui: Lavitola avrebbe costruito un progetto intorno all’amico, fino ad arrivare — secondo l’accusa — a concepire un atto intimidatorio per rafforzarne la posizione, mentre Ranucci sarebbe rimasto dall’altra parte di quella strategia.

Le telefonate, i favori e quella strana normalità

Ed è forse questo che rende ancora più particolare il loro rapporto.

Da una parte le intercettazioni e le carte dell’indagine raccontano un uomo che vede nel giornalista un possibile futuro leader politico. Dall’altra ci sono le telefonate quotidiane, le richieste personali, le battute, i piccoli favori e perfino le abitudini da amici.

Un rapporto nel quale politica, vita privata e convenienze sembrano essersi sovrapposte lentamente, senza che sia sempre possibile tracciare un confine netto.

Lavitola, anche dopo l’esplosione della bomba e mentre la sua posizione giudiziaria diventava sempre più pesante, continuava a parlare di Ranucci come di un amico.

Alla vigilia dell’arresto, davanti a Fulvio Abbate, sembrava quasi preoccuparsi più delle conseguenze che la vicenda avrebbe avuto sul giornalista che del proprio destino. Diceva di essere certo che sarebbe finito in carcere. Il pensiero andava alla compagna Natalia e ai figli, soprattutto al maggiore, Giuseppe. Ma quando parlava di Ranucci tornava quella parola: amico.

Dall’amicizia all’inchiesta

È questa la traiettoria che oggi bisogna ricostruire senza confondere i piani.

C’è un rapporto personale nato anni fa. Ci sono le telefonate e i favori che raccontano una confidenza non ordinaria. C’è poi il progetto politico di Lavitola, alimentato dall’idea che Ranucci potesse trasformare la popolarità televisiva in consenso elettorale. E infine c’è l’attentato, per il quale la Procura accusa Lavitola di essere il mandante e nel quale la gip individua proprio quel progetto politico come possibile movente.

Quattro piani che si sovrappongono ma che non possono essere automaticamente considerati la stessa cosa.

Perché un’amicizia non è necessariamente un complicità. Una curiosità politica non equivale a una candidatura. E un’ipotesi investigativa, per quanto grave e dettagliata, non equivale ancora a una responsabilità accertata.

Resta però il dato più difficile da ignorare: l’uomo accusato di aver ordinato un attentato contro Sigfrido Ranucci è lo stesso uomo che, fino alla sera prima di essere arrestato, continuava a parlare di lui come di un amico e che per anni aveva immaginato di costruire proprio attorno a quel giornalista il proprio futuro.

È dentro questa contraddizione — tra amicizia e ambizione, confidenza e strategia, protezione e intimidazione — che si trova la storia del rapporto tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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