Alle frontiere con l’aria condizionata, il problema sembra quasi amministrativo: documenti da controllare, qualche minuto di attesa, divise e procedure. La politica, però, è già entrata nei controlli di frontiera. La risposta spagnola alle misure italiane viene letta anche come una partita diplomatica, mentre il governo di Pedro Sánchez continua a rivendicare la propria capacità di gestire i flussi migratori.
Ma è alle frontiere calde, quelle di Ceuta e Melilla, che la narrazione rassicurante di Madrid rischia di andare in frantumi.
Qui non bastano comunicati, dichiarazioni istituzionali e promesse di controllo. Qui ci sono reti metalliche, pressione migratoria, forze di sicurezza e il timore concreto che migliaia di persone possano tentare nuovamente di attraversare il confine. Le autorità spagnole stanno cercando di capire se gli appelli circolati sui social siano soltanto propaganda senza seguito o il segnale di una nuova mobilitazione.
Ed è proprio questa incertezza a rappresentare uno dei punti più deboli della gestione Sánchez.
Un governo che vuole presentarsi come autorevole sul tema dell’immigrazione dovrebbe essere in grado di anticipare le crisi, non soltanto di reagire quando diventano emergenze. Se davvero esistono segnali di una nuova ondata, la domanda politica è inevitabile: quanto è preparata Madrid?
Gli appelli intercettati su Facebook, TikTok e WhatsApp aggiungono un elemento inquietante. Secondo quanto riportato, alcuni account sarebbero collegati a numeri telefonici riconducibili non soltanto al Marocco, ma anche ad Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Senegal e Stati Uniti. Non significa automaticamente che dietro vi sia un’organizzazione internazionale: trasformare quei dati in una prova di coordinamento sarebbe irresponsabile. Ma proprio per questo il governo dovrebbe spiegare con maggiore chiarezza ciò che sa, ciò che non sa e quali misure sta adottando.
Il problema è che la politica migratoria di Sánchez vive da anni di una contraddizione difficile da nascondere.
Da una parte Madrid vuole apparire come un Paese pragmatico, capace di dialogare con i Paesi africani e di gestire i flussi attraverso la cooperazione. Dall’altra, quando la pressione aumenta, la questione torna inevitabilmente alle frontiere, dove la politica dei grandi principi si scontra con la realtà.
E la realtà è brutale: una frontiera che non viene percepita come realmente controllata finisce per diventare un incentivo alla pressione successiva.
Ceuta e Melilla sono il punto più evidente di questa fragilità. Sono territorio spagnolo, ma anche porte d’ingresso all’Unione europea. Ogni crisi al loro confine diventa quindi una questione che riguarda Madrid, ma anche Bruxelles.
Sánchez non può limitarsi a chiedere solidarietà europea quando la situazione precipita. Deve dimostrare che la Spagna possiede una strategia propria: controllo delle frontiere, accordi efficaci con i Paesi di origine e transito, contrasto alle reti criminali e procedure rapide per distinguere chi ha diritto alla protezione da chi non ne ha diritto.
Il dato secondo cui il 47 per cento degli spagnoli ritiene che la grande mobilitazione degli 80 mila fosse coordinata dal Marocco mostra inoltre quanto sia profonda la diffidenza dell’opinione pubblica. Anche qui bisogna evitare conclusioni non dimostrate: un’opinione non è una prova. Ma un governo serio dovrebbe interrogarsi sul motivo per cui una parte così consistente dei cittadini considera plausibile uno scenario di questo tipo.
È questo, in fondo, il vero problema politico di Sánchez: la distanza tra la sicurezza raccontata e la sicurezza percepita.
Alle frontiere tranquille bastano qualche controllo e una divisa per trasmettere ordine. A Ceuta e Melilla, invece, l’ordine deve essere reale. E se Madrid non sa ancora dire se si prepara una nuova pressione sulle recinzioni, il problema non è soltanto quello di chi potrebbe arrivare.
È anche quello di un governo che rischia, ancora una volta, di arrivare dopo gli eventi.
Sánchez può continuare a rivendicare la propria politica migratoria come modello di pragmatismo. Ma una politica di frontiera si giudica soprattutto nei momenti in cui la frontiera viene messa alla prova. E proprio lì, alle porte africane della Spagna, la retorica rischia di essere molto meno solida delle reti che dovrebbero proteggere il confine.
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