Disastro Pip. Il Comune revoca l’agibilità ad alcune strutture. E’ guerra di ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato anche per i cambi di destinazione d’uso. Chi doveva vigilare si girò dall’altro lato e ora?

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Area industriale nel caos. Dopo le sei ordinanze di abbattimento dei capannoni ritenuti non conformi alle normative edilizie, sono stati notificati anche i provvedimenti che sanciscono la revoca dell’agibilità per altre cinque strutture realizzate dalla Iniziativa industriali di Sant’Antimo, la società di scopo della famiglia Cesaro che si aggiudicò il bando emanato dal Comune. Revoca dell’agibilità e contestuale provvedimento per la chiusura delle attività che da qualche anno operano nell’area industriale di via Migliaccio. Una tegola, l’ennesima per i titolari delle ditte che, a suo tempo, avevano investito centinaia di migliaia di euro per acquistare i capannoni e dirottare i loro dipendenti a Marano.

Un imprenditore (Vetreria Santoro) ha impugnato il provvedimento adottato dal Comune, con un ricorso al Tar che, nel merito, sarà discusso il 20 dicembre. Altri imprenditori invece sono impegnati contro l’ente cittadino in sede di Consiglio di Stato. La giustizia amministrativa, infatti, deve esprimersi anche sulla modifica della destinazione d’uso di alcuni capannoni, utilizzati per attività commerciali e non prettamente industriali, così come sancito nella convenzione firmata qualche anno fa tra la Iniziative industriali e il Comune di Marano. Non c’è pace, dunque, per quella che doveva essere il luogo di maggior sviluppo economico della città. Il Pip (Piano per gli insediamenti produttivi) sta invece naufragando sotto i colpi delle inchieste giudiziarie (la Dda segue da tempo il caso) e delle anomalie tecnico-urbanistiche riscontrate soltanto di recente dall’Ente (e sotto l’impulso dei magistrati, altrimenti campa cavallo) e dopo molti anni di impasse e silenzi.

Riepilogando: per alcuni capannoni sono state riscontrate anomalie urbanistiche; alcune aziende invece hanno mutato la destinazione d’uso da industriale a commerciale; altre strutture erano attive grazie a un’autocertificazione di agibilità fatta a suo tempo dalla società dei Cesaro ma mai verificata (almeno fino a pochi mesi fa) dal Comune e oggi ritenute non conformi. Il Pip, in pratica, sarebbe da chiudere oggi stesso, ma è evidente che una decisione del genere avrebbe ripercussioni di non poco conto sul fronte occupazionale e per chi ha investito centinaia di migliaia di euro sicuramente in buona fede.

Le colpe? Sono in primis di chi non ha vigilato, di chi non ha voluto mettere le mani nel Pip pur sapendo che alcune non era state fatte al meglio.

Sindaci, assessori, dirigenti, funzionari dell’area tecnica che hanno avallato le irregolarità di cui tutti parlavano già da anni ma che nessuno, fino a quando non è arrivata la Dda, si è occupato. Troppo tardi, però, la frittata ormai è fatta e chi ha sbagliato dovrebbe pagare. Senza se e senza ma.

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