CAMPI FLEGREI, LA NATURA “MATRIGNA” E LE SCELTE (SCELLERATE) URBANISTICHE COMPIUTE DA DC, PSI E PCI

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Il sisma che pochi giorni fa ha colpito Napoli e i Campi flegrei continua ad alimentare l’apprensione di migliaia di cittadini ha, naturalmente, cause geologiche. I Campi Flegrei sono uno dei sistemi vulcanici più complessi e monitorati al mondo: il bradisismo, il sollevamento del suolo e gli sciami sismici fanno parte della loro storia.

Sarebbe però un grave errore attribuire tutto alla “natura matrigna”. Perché il rischio naturale è diventato un rischio sociale e urbanistico attraverso decenni di scelte politiche sbagliate.

Il problema non riguarda soltanto Napoli. Coinvolge l’intera area flegrea: Pozzuoli, Quarto, Bacoli, Monte di Procida e, per gli effetti del sistema vulcanico, anche quartieri napoletani come Fuorigrotta, Agnano, Bagnoli e Pianura. Anche territori confinanti come Marano hanno conosciuto una crescita edilizia più che disordinata, contribuendo a una pressione urbanistica enorme su un’area già estremamente fragile.

Le radici del problema affondano negli anni Cinquanta, quando iniziò la grande cementificazione del dopoguerra. Ma fu soprattutto tra gli anni Sessanta e Ottanta che il fenomeno esplose.

Il cosiddetto “sacco di Napoli” iniziò con le amministrazioni monarchiche, ma non si arrestò con i successivi governi locali. Le amministrazioni guidate dalla Democrazia Cristiana, spesso sostenute da alleanze che coinvolgevano anche socialisti e, in diversi contesti locali, altre forze politiche, non riuscirono a fermare un modello di sviluppo fondato sull’espansione edilizia senza un’adeguata pianificazione urbanistica. In alcuni comuni dell’area metropolitana, come Marano, alla fine degli anni Ottanta si sperimentarono anche maggioranze locali che vedevano insieme Democrazia Cristiana e Partito Comunista, segno di una gestione del territorio che finì spesso per accomunare forze politiche teoricamente contrapposte.

In quegli anni si costruì praticamente ovunque. Intere colline vennero coperte di cemento. Le periferie si riempirono di quartieri dormitorio. Pozzuoli, Quarto, Marano e numerose aree dell’hinterland conobbero una crescita edilizia impressionante, spesso priva di adeguati servizi, infrastrutture e viabilità.

Anche quartieri come Fuorigrotta, Agnano, Bagnoli e Pianura subirono una progressiva saturazione edilizia, pur trovandosi all’interno o ai margini di un’area caratterizzata da elevata pericolosità vulcanica e bradisismica.

Il capolavoro di Francesco Rosi, Le mani sulla città, aveva raccontato tutto questo quando ancora molti fingevano di non vedere. Quel film non fu soltanto una denuncia del presente, ma una profezia. La frase conclusiva resta di un’attualità impressionante: “I personaggi e i fatti qui narrati sono immaginari. È autentica invece la realtà sociale e ambientale che li produce.”

Il terremoto dell’Irpinia del 1980 avrebbe potuto rappresentare una svolta. Invece, mentre lo Stato concentrava risorse immense sulla ricostruzione ufficiale, nelle periferie e nell’hinterland continuava indisturbata la corsa al cemento. Migliaia di edifici abusivi sorsero proprio negli anni dell’emergenza.

Parallelamente si consolidò il legame tra una parte dell’imprenditoria edilizia e la criminalità organizzata. Tra gli anni Settanta e Ottanta la camorra comprese che il mattone sarebbe diventato un affare ancora più redditizio del contrabbando. Il risultato fu un consumo di suolo senza precedenti, quartieri costruiti senza adeguate vie di fuga, edifici di qualità spesso discutibile e una densità abitativa incompatibile con un territorio vulcanico.

Oggi paghiamo il prezzo di quelle scelte.

Le esercitazioni, i piani di evacuazione, il monitoraggio scientifico e l’impegno della Protezione Civile sono strumenti indispensabili e rappresentano un netto miglioramento rispetto al passato. Ma da soli non possono eliminare un problema che è stato costruito nell’arco di quarant’anni.

La verità è scomoda: molte delle misure adottate finora possono mitigare il rischio, non cancellarlo. Se l’area flegrea fosse interessata da un terremoto significativamente più forte di quelli registrati negli ultimi mesi — ad esempio di magnitudo superiore a 5, qualora si verificasse con caratteristiche tali da produrre forti effetti al suolo — diverse zone potrebbero subire danni molto gravi, con Pozzuoli tra i centri maggiormente esposti insieme ai quartieri più vulnerabili dell’area flegrea. L’entità dei danni dipenderebbe da numerosi fattori, tra cui profondità dell’evento, distanza dall’epicentro, qualità delle costruzioni e condizioni locali del terreno.

Per questo è illusorio pensare che bastino l’emergenza permanente o qualche intervento tampone. I problemi che affrontiamo oggi sono figli delle scelte compiute tra gli anni Sessanta e Ottanta: si è costruito troppo, troppo in fretta e troppo spesso nei luoghi sbagliati.

La natura non può essere processata. La politica, invece, sì. Perché il terremoto è inevitabile. La vulnerabilità di un territorio, invece, è quasi sempre il risultato delle decisioni dell’uomo.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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