È un modo per contenere la sofferenza, ma a Poggioreale quasi un detenuto su quattro assume psicofarmaci, «e questo dato restituisce un quadro drammatico». Lancia l’allarme l’associazione Antigone, mentre si discute della chiusura degli Opg e una parte degli internati fa ritorno in cella: «Probabilmente – dice il presidente campano, Mario Barone – è la prima volta che una Asl fornisce cifre ufficiali di tale precisione. Di sicuro, è la prima volta che è dato conoscere il fenomeno per come si manifesta nella casa circondariale».
Di salute e giustizia si discute il 23 aprile alle 11 nella libreria Ubik in via Croce, a partire dal rapporto aggiornato a gennaio 2016. Per l’esattezza, 463 reclusi su 1992 assumono ansiolitici, antipsicotici, antidepressivi o stabilizzanti dell’umore; tra queste persone, 278 hanno una malattia mentale. Ciò significa per Antigone che «nell’istituto penale vive un carcere-manicomio che conta più pazzi, più del doppio di quanti ce n’erano nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Secondigliano da poco dismesso», ma anche che «la pratica della sommersione farmacologica della sofferenza svolge un ruolo decisivo nel mantenimento degli equilibri interni», perché si fa ricorso alle medicine pur «in assenza di una riconosciuta patologia psichiatrica».
L’associazione fa notare altre criticità. Ad esempio, nella relazione l’Asl non precisa «quanti ammalati erano seguiti dai servizi psichiatrici territoriali prima di entrare in prigione, nel senso che è un dato che non viene rilevato»; mentre è «pari a zero» il numero di pazienti ai quali «è stata assicurata una continuità terapeutica, al momento della reclusione». Non tenere conto della storia clinica rende tutto più difficile, anche al momento della scarcerazione: difatti, gli specialisti precisano che, «se avvertiti in tempo», possono rilasciare una prescrizione utile per proseguire l’assistenza, lasciando intuire la necessità di rafforzare le strategie. In più, a Poggioreale si può fare anche ricorso al trattamento sanitario obbligatorio: «Ma non ci risulta ci sia in carcere un reparto psichiatrico per questo tipo di interventi. Dove e come vengono eseguiti? E da quale personale?», chiede l’associazione. Sono evidenti le carenze di personale: «Il servizio psichiatrico interno può contare solo sull’intervento di due psichiatri, a 38 ore settimanali, a tempo indeterminato. Non ci sono infermieri, psicologi e operatori della riabilitazione». Insomma, «le risorse sono talmente insufficienti che davvero ogni forma di commento sembra superflua».
Fin qui la critica al sistema: seguono le proposte per migliorarlo. La prima consiste nella «digitalizzazione dei dati sulla sofferenza psichica; la condivisione informatica può aiutare a risolvere il problema. Sappiamo che l’Asl ha già avviato un percorso, ma c’è molto da fare», scrive l’associazione. Naturalmente, occorre colmare le carenze in organico ed è utile puntare sulle «riforme sul piano normativo». Conclude Antigone: «Il tavolo 10 degli Stati generali dell’esecuzione penale – dedicato a “Salute e Disagio psichico” – avanza un’interessante proposta, cioè l’introduzione di misure alternative alla detenzione più aperte e flessibili per i condannati con patologie psichiatriche». Ma la «casa circondariale di Poggioreale destinata ad accogliere detenuti in attesa di giudizio, presenta 500 condannati definitivi: un’altra anomalia nell’anomalia di un carcere che, elaborato con criteri ottocenteschi, costruito agli inizi del Novecento, è ancora in piedi, monumento di un modello che tutti, da prospettive diverse, tentano di superare». Mentre «la cronica mancanza di spazi per la socialità e il numero di ore di ozio forzato, ancora troppo elevato, deve trovare una “contro-spinta” di altro tenore».
Il Mattino
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