Lettere al direttore. “Mia madre è entrata in ospedale che stava bene. È uscita che non c’era più. E ora cerco risposte”

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ANCONA, 26 AGO - Una corsia dell'Ospedale regionale di Torrette con una barella nel corridoio.
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Gentile Direttore,

scrivo con la voce spezzata dal dolore e dallo smarrimento, nella speranza che condividere quanto vissuto possa aiutare altre famiglie a non trovarsi in una condizione simile alla nostra.

Pochi giorni fa abbiamo perso la nostra adorata mamma, una donna di 85 anni ma con l’energia, la lucidità e il vigore di chi ne dimostra venti di meno. Chi la conosceva lo sa: camminava, conversava, sorrideva, viveva con pienezza. Avevamo fotografie, video e analisi recentissime che dimostravano il suo ottimo stato di salute.

È entrata in una struttura sanitaria di Napoli per un intervento programmato all’intestino. Un’operazione delicata, certo, ma affrontata con fiducia e serenità. Poco dopo il primo intervento, però, sono cominciate complicazioni improvvise: dolore, peggioramento del quadro clinico, segnali che noi familiari abbiamo più volte evidenziato al personale. Chiedevamo aiuto, rassicurazioni, maggiore attenzione.

La situazione è precipitata al punto da rendere necessario un secondo intervento d’urgenza, effettuato solo la mattina seguente, e poi il trasferimento in terapia intensiva. Da lì è iniziato un calvario di dodici giorni: infezioni, peggioramenti, lievi miglioramenti seguiti da nuove ricadute, finché uno dopo l’altro gli organi hanno ceduto.

E così, in un letto lontano da casa, nostra madre ci ha lasciati.

Scrivo non per accusare nessuno: non ho ancora la cartella clinica né elementi tecnici sufficienti per parlare di responsabilità. Ma scrivo per porre domande che qualunque figlio si porrebbe. Domande che,  da psicologo, sento il dovere di condividere pubblicamente, affinché non vengano ignorate.

Perché una persona anziana, con un intervento complesso, non è stata monitorata fin da subito con un livello di attenzione proporzionato al rischio?
Perché segnali clinici importanti non sono stati approfonditi immediatamente?
Perché si è arrivati a un secondo intervento solo dopo ore preziose?
Come si è sviluppata un’infezione così devastante?
Che cosa è accaduto veramente in quelle prime 24-48 ore, così decisive?

Sono interrogativi che chiunque meriterebbe di vedere chiariti. Non vogliamo un colpevole a tutti i costi, né intendiamo infangare il lavoro di tanti professionisti che ogni giorno salvano vite con dedizione e sacrificio. Vogliamo soltanto verità. E giustizia, se emergeranno omissioni o errori.

Mia sorella, che viveva con nostra madre, è profondamente traumatizzata da ciò che ha visto e vissuto. Tutti noi lo siamo. E non è accettabile che famiglie già piegate dal dolore debbano anche affrontare la frustrazione di risposte evasive, contraddittorie o insufficienti.

Attenderemo la cartella clinica, ci affideremo a medici di fiducia e a chi di competenza per valutare con rigore ogni passaggio. Ma nel frattempo ritenevo doveroso raccontare questa storia.
Perché dietro ogni numero, dietro ogni statistica sanitaria, ci sono persone come mia madre: vite preziose, piene, amate. Vite che meritano rispetto, attenzione e — quando necessario — il coraggio della trasparenza.

Grazie per avermi ascoltato.
Massimiliano

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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