Martelli difende Falcone: «Travaglio e Ranucci? Un diffamatore seriale e un montato»

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Claudio Martelli – ex ministro che volle Falcone a capo della super Procura – torna a difendere la memoria e l’eredità di Giovanni Falcone, contestando duramente le ricostruzioni e le critiche rivolte al magistrato. Nel dibattito entrano anche Marco Travaglio e Sigfrido Ranucci, protagonisti di posizioni che hanno riacceso una discussione aspra sul significato dell’esperienza di Falcone e sul modo in cui oggi viene raccontata.

Martelli, che da ministro della Giustizia chiamò Falcone a Roma nel 1991, ricorda un magistrato che aveva già pagato sulla propria pelle il prezzo dell’isolamento e delle polemiche. Falcone arrivò al ministero dopo avere subito attacchi e incomprensioni, anche all’interno della magistratura, ma continuò a lavorare per trasformare il metodo investigativo maturato a Palermo in strumenti concreti di contrasto alla mafia.

Il punto centrale non è difendere Falcone da ogni possibile critica, ma evitare che la sua figura venga deformata attraverso semplificazioni, sospetti o letture costruite a posteriori. Travaglio e Ranucci possono certamente esercitare il diritto di critica e di analisi, ma il confronto sulla figura di Falcone dovrebbe sempre misurarsi con i fatti e con la complessità della sua vicenda professionale.

Martelli richiama, in particolare, le parole di Paolo Borsellino sull’isolamento subito da Falcone e sulla responsabilità di una parte della magistratura. Un passaggio storico che dovrebbe impedire qualsiasi ricostruzione troppo comoda: Falcone non fu ostacolato soltanto dai suoi avversari esterni, ma incontrò resistenze anche dentro le istituzioni alle quali apparteneva.

Il magistrato aveva scelto una strada precisa: seguire il denaro, ricostruire i rapporti economici della criminalità organizzata e colpire il sistema di interessi che permetteva alla mafia di prosperare. Fu una rivoluzione investigativa che contribuì a cambiare profondamente la lotta alla criminalità organizzata.

Oggi, a decenni dalla sua morte, quella storia dovrebbe essere affrontata con rigore e rispetto. Non attraverso la santificazione, ma neppure attraverso la demolizione postuma.

La memoria di Falcone appartiene alla storia italiana. E proprio per questo non può diventare uno strumento di propaganda o una semplice arma nel conflitto permanente tra giornalisti, magistrati e politica.

Martelli pone dunque una questione che va oltre la polemica del momento: siamo ancora capaci di discutere di Giovanni Falcone partendo dai fatti, senza piegarne la figura alle convenienze del presente?

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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