La scissione di Renzi: non tutti i fedelissimi lo seguiranno. Ma ora potrà ricattare il governo

0
549 Visite

Il pallottoliere di Matteo Renzi perde colpi. E quella che alla vigilia doveva essere una grande transumanza dal Pd verso nuovi gruppi parlamentari ed un nuovo partito, rischia di trasformarsi in una mini scissione. Numeri alla mano, il Pd conta 162 parlamentari: i renziani alla Camera (contando i fedelissimi e i deputati di Base riformista, la corrente guidata da Luca Lotti e Lorenzo Guerini) sono oltre 60 su 111; al Senato 35-40 su 51 (sempre sommando le due correnti). È sulla base di questo scenario che, dopo essere stato il primo promotore del ribaltone per il governo Pd-M5S, Renzi ha deciso di accelerare l’uscita dal Pd.

Però, subito dopo aver riempito (sotto alle sue aspettative) le caselle nel nuovo governo, alla prova dei fatti l’ex leader dem si è ritrovato con le armi spuntate. Perché anche molti dei suoi scudieri, in primis i toscani, hanno deciso di continuare al battaglia per il riformismo rimanendo «a casa». Due esempi emblematici? Il senatore Dario Parrini, già sindaco della rossissima Vinci, renzianissimo: «L’unico posto dove si può fare una battaglia efficace per un’Italia con più crescita e meno ingiustizie è il Pd — dice —. La mia battaglia riformista continuerò a farla qui, perché non credo che si possa rafforzare il riformismo in Italia se lo si indebolisce nel Pd. E l’uscita senza dubbio lo indebolisce». È azzardata la mossa di Renzi? «Non la condivido, specie nel momento in cui è tornato protagonista». E il sindaco di Firenze Dario Nardella: «Io resto nel Pd. Ci ripensino: divisi siamo tutti più deboli».

Le conseguenze? Il nuovo contenitore politico dell’ex premier rischia di superare a fatica la soglia dei 20 deputati, che alla Camera sono il numero minimo per costituire un gruppo autonomo. Numeri che si riducono tra 8 e 10 al Senato, dove i renziani ortodossi potranno confluire solo nel gruppo misto per questioni di regolamento. Così, nelle ultime 48 ore, Renzi ha sfoderato i pollici e scritto molti sms ad alcuni eletti nella corrente di Base riformista, ma la campagna acquisti interna ha incassato molti no.

«Finalmente, con la nascita del Pd, i riformisti si sono potuti trovare nello stesso partito — dice il deputato Stefano Ceccanti, costituzionalista e anima del vocazione iper maggioritaria della Leopolda —. Il nostro è l’unico grande partito rimasto: si può scalare ed è giusto che una componente liberale di sinistra possa aspirare a tornare a guidarlo». La mossa di Renzi? «Una scelta non all’altezza delle aspettative — aggiunge Ceccanti —. Per cambiare l’Italia serve un grande partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria e non due mezzi partiti identitari». Non la pensa così Luigi Marattin, in pole come capogruppo renziano alla Camera: «In questo nuovo quadro politico serve una nuova Terza via, ma siamo lontani da Giddens e Blair — riflette —. Non ce ne andiamo via perché abbiamo litigato: non sbattiamo la porta e assicuriamo pieno appoggio al premier Conte».

A ruota, chiamando gli scissionisti dem dati per sicuri, quasi tutti i telefoni squillano a vuoto: «Aspettiamo cosa dirà Matteo a Porta a Porta (stasera, ndr), poi parleremo», è l’sms standard in risposta. Cucite anche le bocche dell’ex ministra Maria Elena Boschi e dell’ex tesoriere del Pd Francesco Bonifazi, i due bracci operativi che stanno gestendo anche la nuova Matteo Renzi foundation, che grazie al rinnovato protagonismo sta tornando ad incassare finanziamenti privati. Solo la deputata piemontese Silvia Fregolent si fa sfuggire: «Serve più rispetto per ciò che il nostro modo di fare politica ha fatto per il Paese — dice — alla Leopolda valuteremo che fare». Con Andrea Romano, altro fu super renziano, che chiosa: «Traslocare altrove equivale a riconoscere una sconfitta. Sotto la nostra tenda ci sono diversi riformismi. Bandiera rossa? Non ci vedo niente di male: non è l’inno sovietico. Io voglio cantare Bella ciao, O bianco fiore». Tra i renzianissimi che almeno per ora non seguiranno il leader c’è il capogruppo al Senato Andrea Marcucci. Presto potrebbe essere costretto alle dimissioni per mancanza di sostegno nel gruppo.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
  • Fascinated
  • Happy
  • Sad
  • Angry
  • Bored
  • Afraid

Commenti

ads03