Marano, il Paese alla rovescia: chi finisce nei provvedimenti giudiziari e negli scioglimenti per mafia accusa chi racconta i fatti e pubblica i dati ufficiali

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C’è qualcosa di profondamente surreale nella politica di Marano. Un cortocircuito che, a tratti, fa sorridere. Ma soprattutto preoccupa.

Accade che chi è stato coinvolto, a vario titolo, nelle vicende che hanno portato allo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose finisca per accusare giornali, pagine d’informazione e cittadini che si limitano a riportare atti ufficiali del Ministero dell’Interno e deliberazioni del Consiglio dei Ministri.

Come se raccontare una decisione dello Stato fosse diventato un reato. Come se il problema non fosse ciò che è scritto negli atti amministrativi, ma chi li legge e li riferisce.

Accade anche che persone interessate da indagini ancora in corso, o da procedimenti che dovranno trovare il loro esito nelle sedi giudiziarie competenti, pretendano di stabilire cosa si possa o non si possa pubblicare. È un principio pericoloso. In uno Stato di diritto valgono due regole che convivono perfettamente: la presunzione di innocenza fino a sentenza definitiva e il diritto-dovere di cronaca quando si riportano fatti veri, documentati e di interesse pubblico.

Le due cose non sono in contraddizione.

Nessun giornale serio ha mai scritto che qualcuno sia colpevole prima di una sentenza. Così come nessun cronista può fingere che non esistano un decreto di scioglimento, una relazione prefettizia, un’indagine o una conclusione delle indagini, quando questi atti esistono e sono pubblici.

Un tempo, quando un amministratore finiva al centro di vicende così delicate, prevaleva almeno il senso dell’opportunità. Si parlava poco. Si attendevano gli sviluppi. Oggi, invece, accade il contrario: si attaccano i giornalisti, si accusano i cittadini che condividono le notizie e si arriva persino a sostenere che certi fatti non dovrebbero essere raccontati.

È il mondo alla rovescia.

La libertà di stampa non consiste nello scrivere solo ciò che fa piacere ai protagonisti della politica. Consiste nel raccontare i fatti, soprattutto quando sono scomodi. E i fatti, quando provengono da atti ufficiali dello Stato, non possono essere cancellati perché danno fastidio.

Alle prossime elezioni comunali saranno gli elettori a scegliere chi dovrà amministrare Marano. La legge stabilisce chi può candidarsi e chi no, e quelle regole valgono per tutti. Saranno poi i cittadini a valutare curriculum, comportamenti, responsabilità politiche e credibilità.

Ma c’è un requisito che forse meriterebbe di essere introdotto, almeno simbolicamente: un minimo di senso della realtà.

Perché se si arriva al punto di ritenere che il problema non siano gli atti dello Stato, ma i giornali che li riportano, allora il dibattito pubblico ha imboccato una strada davvero pericolosa. E viene da chiedersi se, prima ancora della campagna elettorale, non serva una terapia d’urto contro quella che sembra diventata un’epidemia: la convinzione che la libertà di stampa debba fermarsi davanti alla suscettibilità della politica. E ancora: forse, come suggerisce qualcuno, prima delle elezioni bisognerà introdurre un test psicologico per aspiranti candidati.

 

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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