Il peggior sindaco della storia di Napoli: comune in default, flop rifiuti, trasporti e illegalità diffusa

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Un populista di sinistra che voleva cambiare Napoli, dopo i disastri dell’era Iervolino, e che invece ha peggiorato la situazione, sacrificando tutto sull’altare dei centri sociali e degli estremisti. Luigi De Magistris ha in mano un comune ormai fallito che si regge solo grazie agli aiuti da Roma (salva Napoli) e allo scarso coraggio dei consiglieri che non vogliono andare a casa. E’ di oggi uno dei tanti articoli che fotografano la situazione.

“Noi non andremo in dissesto ma perché in questi anni siamo diventati acrobati dell’amministrazione. È un miracolo e la situazione non è migliore nelle altre città. Anzi al Sud forse abbiamo la capacità di friggere il pesce con l’acqua”. Parola di Luigi De Magistris, primo cittadino di Napoli che rischia di andare a casa lasciando un buco di bilancio di 2,7 miliardi di euro.

L’ex pubblico ministero, noto per le inchieste Poseidone e Why not, potrebbe salvare la città solo se il governo emanerà un emendamento salva-Napoli. La carriera politica di De Magistris, iniziata nel 2009 dopo l’elezione a Bruxelles sotto le insegne dell’Italia dei Valori, potrebbe presto volgere al termine. Essendo già al suo secondo mandato, non si può ripresentare per la carica di primo cittadino e, oltretutto, secondo le rilevazioni effettuate dal Sole24ore, indicano che De Magistris ha perso completamente il sostegno dei suoi concittadini. Il gradimento che i napoletani gli attribuiscono si ferma al 42%, a fronte del 66% che ottenne quattro anni fa nel giorno della sua rielezione. Un tracollo che colloca De Magistris al centesimo posto nella classifica stilata sulla base di un sondaggio di Antonio Noto. A decretare un tale fallimento è certamente la scarsa qualità dei servizi: dai trasporti pubblici alla raccolta differenziata.

“Se alla pubblicità non segue un prodotto di qualità è chiaro che, poi, la pago dal punto di vista elettorale”, dice Gianni Lettieri che ha sfidato De Magistris al ballottaggio sia nel 2011 sia nel 2016. “Già in campagna elettorale avevo detto che il deficit della città era di 2,7 miliardi perché c’era un deficit di base 1,2 miliardi a cui si doveva aggiungere il debito di 1,5 miliardi di pre-dissesto che la prima giunta De Magistris stava contabilizzando tra i ricavi”, spiega Lettieri. “Se da un lato è vero che il sindaco ha ereditato 850 milioni di deficit, dall’altro i napoletani hanno riposto in lui la speranza che le cose migliorassero, ma la sua amministrazione non ha fatto nulla di tutto questo”, gli fa eco il leghista Vincenzo Moretto che siede sui banchi del Consiglio Comunale da ben 22 anni. Le società partecipate sono in deficit, il Comune spende 130 euro a tonnellate per trasportare i rifiuti in Olanda e le tasse comunali hanno raggiunto i livelli massimi. “Un fallimento totale”, dichiara ancora Moretto. “Ai tempi di Jervolino in una città di un milione di abitanti circolavano 600 bus, oggi ne girano poco meno di 100. Oggi si attende un’ora e venti alla fermata dell’autobus”, fa notare Lettieri.

Ma il primo a prefigurare un possibile dissesto finanziario per Napoli è stato l’economista Riccardo Realfonzo, assessore al bilancio nella prima giunta De Magistris, incarico che lasciò nel 2012 dopo pochi mesi. “Il sindaco, finita la campagna elettorale del 2011, non ha fatto nulla di ciò che era stato previsto e proposto da me e da altri per paura di perdere consensi e ha portato Napoli al baratro”, attacca Realfonzo che, tra le cose da fare per salvare Napoli elenca la riforma delle partecipate e una seria lotta all’evasione e agli abusi riguardanti l’occupazione di suolo pubblico. “A un certo punto feci una delibera con cui chiedevo una ricognizione dei conti e questo bloccò anche la spesa dei beni non necessari e determinò la rottura definitiva”, ci ricorda l’ex assessore. Una rottura che riguardò l’intera squadra con cui De Magistris riuscì ad essere eletto nel 2011. “Noi volevamo fare di Napoli una città europea nella quale tutta una serie di abusi e malversazioni, come per esempio le occupazioni abusive, non sarebbero stati più tollerati. Lui, invece, ha preferito non toccare certi equilibri e circondarsi di yes-men proni alle sue indicazioni”, sottolinea Realfonzo. Una constatazione suffragata dalla dura realtà: sono, infatti, ben 34 gli assessori che in questi nove anni di governo hanno abbandonato De Magistris che ormai si trova privo persino di una maggioranza.

Di recente anche un sostenitore della prima ora come Carmine Sgambati, attuale capogruppo di Italia Viva in consiglio comunale, lo ha lasciato. “Io sono stato per moltissimi anni un suo fedelissimo e oggi gli sono un amico sincero, ma la politica è un’altra cosa”, ci dice e amaramente aggiunge: “Tutte le speranze che avevamo in De Magistris sono andate alle ortiche”. “Ad oggi il numero dei nodi irrisolti aumenta esponenzialmente, nonostante la bella presenza e la proprietà di linguaggio del sindaco”, aggiunge l’ex fedelissimo che accusa: “Ci si è caratterizzati troppo verso il gruppo della sinistra estrema”. Un’accusa che arriva da più parti. “Se ci sono delle famiglie che non hanno un tetto sulla testa non ti puoi permettere di regalare gli immobili ai centri sociali, che nemmeno pagano le utenze”, dice il capo dell’opposizione di centrodestra Lettieri. “La verità è che lui è stato eletto con una maggioranza di consiglieri che appartengono ai centri sociali e all’estrema sinistra tanto che uno dei capi di Insurgenza è stato persino nominato assessore”, incalza il leghista Moretto che nota come una tale ostentazione all’illegalità abbia fatto scappare i moderati. “Dovevamo allargarci e, invece, ci siamo fossilizzati su una sola parte politica che, per quanto rispettosa di idee e ideali, è sempre una parte politica”, ammette, infatti, il renziano Sgambati che aggiunge: “De Magistris avrebbe dovuto allacciare relazioni più istituzionali e, invece, ha preferito la dialettica di contrapposizione, escludendo Napoli dalla scena politica nazionale”. La dem Valeria Valente è dello stesso avviso: “Il sindaco è in conflitto perenne con le istituzioni nazionali e regionali. Da un lato professa l’autonomia con una moneta propria e dall’altro chiede soldi a Roma in una logica di dipendenza dallo Stato”.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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