In un tribunale di Napoli semi-deserto la sentenza compresa nel dispositivo di poche righe non passa, tuttavia, inosservata. Oltre un secolo e mezzo è l’ammontare delle pene da espiare per alcuni affiliati di spicco del cartello criminale: Iacomino-Birra, Gionta, Chierchia e Lo Russo. Ma l’elemento che sorprende di più, al dì là delle conferme di alcune condanne richieste, è il giudizio severo della Corte rispetto il lavoro svolto dal procuratore generale nella requisitoria finale. In sostanza un aumento delle pene.
Una giuria dura, quindi. Sì, perché Raffaele Perfetto alias «Muss ‘e scimmia» e Vincenzo Bonavolta detto «Ascensore», killer dei «Capitoni», passano da sedici a vent’anni; così è per Ciro Uliano, affiliato al clan della «Cuparella» di Ercolano, da quattordici a vent’anni; Stefano Zeno, reggente dei Birra-Iacomino, Francesco Zavato e Michele Chierchia ricevono le conferme di trent’anni; anche Francesco Ruggiero non muta la sua situazione: dodici anni da scontare e in più gli viene riconosciuto, però, l’articolo 8 della legge 203 del 1991 perché, oggi, è un collaboratore di giustizia; infine, Michele De Crescenzo da dieci a sedici anni.
I Fatti.
Gli imputati di questo procedimento, in secondo grado con rito abbreviato, rispondono dell’omicidio di Antonio Papale (fratello del boss Mario), avvenuto il 10 febbraio del 2007. La sentenza di primo grado a luglio 2015. Al centro della discussione, a distanza di anni, sono ancora le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Agostino Scarrone, pentito dal 2011 e, Francesco Raimo dal 2012, a fare notizia. Un incrocio dei verbali trascritti che secondo le difese porterebbe a tutt’altro che delle certezze. Una chiamata di correità in gergo giuridico. E cioè si tratterebbe in sostanza di dichiarazioni rilasciate che da sole non sarebbero sufficienti a produrre la certezza processuale dei fatti cui si riferiscono. Elementi non riscontrabili nella realtà e non supportati da prove certe.
In sostanza, i due collaboratori avrebbero appreso tutte le notizie, non essendo direttamente presenti sul luogo del delitto, da altre persone: Stefano Zeno e Lorenzo Fioto.
Non poche polemiche da parte dell’avvocato Bruno Spiezia, alla fine dell’udienza dopo le sentenze emesse dal presidente della terza sezione della Corte d’assise d’appello Vincenzo Mastursi: «Le condanne in appello sono viziate da una patologia intrinseca, per la genericità e l’interesse delle dichiarazioni di pentiti condannati all’ergastolo in regime di 41 bis».
© Copyright Mario Conforto, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
























