Gentile dottore, ho 35 anni e, dopo la fine di una lunga relazione, mi ritrovo completamente insensibile ad un nuovo legame e decisamente desiderosa di leggerezza e disimpegno. Avevo sperato in un matrimonio, nella possibilità di realizzare una famiglia e dei figli, ma il mio compagno ha preferito interrompere la nostra storia, con la spiegazione poco plausibile di non sentirsi pronto (a 40 anni) di progettare qualcosa di impegnativo. E se fosse giusto così? Forse abbiamo bisogno di uscire dagli schemi e fare ciò che è più comodo, più piacevole? Ho deciso di provare ad essere, superficiale, svagata, e mi rivolgo solo a un tipo di compagnia maschile occasionale: uomini che non richiedono impegno e offrono solo piacevoli serate. Una vita senza futuro né programmi, un eterno carpe diem. Mi ritrovo però così stanca, la sera, e in preda ai pensieri negativi, e in fondo credo che questa donna che gira a vuoto non sono io.
Emilia (Casoria)
Cosa succede quando finisce un amore? L’amore che finisce pone davanti a un lutto che prende una forma estremamente angosciosa e che va elaborato, come ogni lutto, secondo i tempi che caratterizzano il singolo individuo. L’amore nasce dall’idealizzazione per l’altro, che viene sopravalutato (così come afferma Freud), reso prezioso, magnifico, mentre di converso l’io sempre più umile, sembra ritirarsi al cospetto di tanta magnificenza. La relazione d’amore non è una condizione di simbiosi, di fusione, impostata quindi sul possesso e sulla negazione della personalità. Una condizione del genere fa sentire tutti i suoi riflessi negativi, una volta che viene reciso il legame, mettendo a nudo le difese di colui che, non accettando la separazione, si lascia andare ai comportamenti più disparati, compreso quello di rimpiazzare facilmente il proprio ex con un sostituto. Si tende quindi a scegliere la via più facile, quella che evita la messa in discussione e la presa di responsabilità, dimostrando una povertà ideoaffettiva, che sta poi alla base di tutte le problematiche che si incontreranno anche in futuro, nella propria storia, fatta di incontri. All’incapacità di vivere l’amore si abbina sempre l’incapacità di accettarne la fine, che va affrontata anche a caro prezzo, soffermandosi in uno spazio di riflessione, per comprendere i reali motivi che hanno decretato la fine del rapporto. Perciò la sofferenza non va archiviata ma elaborata, perché solo questo evita la messa in atto di comportamenti anche compulsivi, compreso quelli sessuali, che nascondono disturbi dell’umore, desideri di riconoscimento e di approvazione; questi, messi in atto con modalità parossistiche, non fanno altro che spingere alla solitudine, a sentimenti di colpa, a vissuti depressivi, che in maniera impietosa vengono fuori quando si resta soli, e ci si trova a chiedere: è questo che voglio?
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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