Negli ultimi mesi diversi esponenti storici della criminalità organizzata napoletana hanno concluso di scontare le proprie condanne e sono tornati in libertà. Si tratta di figure che, in passato, hanno ricoperto ruoli di primo piano all’interno dei principali clan cittadini, in particolare quelli riconducibili all’Alleanza di Secondigliano.
Tra i primi a lasciare il carcere è stato Giuseppe Lo Russo, storico esponente del clan dei “Capitoni” di Miano. Ha terminato di espiare la pena lo scorso dicembre, dopo una detenzione ininterrotta iniziata nel 1998. A differenza di altri appartenenti alla sua famiglia, non ha mai scelto di collaborare con la giustizia. Secondo quanto emerge, sarebbe rientrato nel quartiere mantenendo un profilo particolarmente riservato.
Hanno concluso la pena anche Giovanni Cesarano, ritenuto in passato uno degli uomini di riferimento dell’Alleanza di Secondigliano, Pietro Licciardi junior, 44 anni, appartenente alla famiglia che ha dato vita all’omonimo clan radicato nel rione Masseria Cardone, e Diego Vastarella, coinvolto negli equilibri criminali della sanguinosa faida che, all’inizio degli anni Duemila, contrappose l’Alleanza ai gruppi della Sanità.
Non è più detenuto in carcere, ma dovrà ancora scontare un residuo di pena in una casa di lavoro Gaetano Bocchetti, altro nome storico del panorama criminale di Secondigliano. Ha terminato la propria detenzione anche Paolo Ottaviano, considerato dagli investigatori un esponente di rilievo del clan Mazzarella.
Diversa la posizione di Eduardo Morra, 74 anni, ritenuto uno dei principali esponenti dell’articolazione dell’Alleanza di Secondigliano operante nel quartiere Vasto. Condannato all’ergastolo per il duplice omicidio del 1990 in cui furono uccisi Gennaro Pandolfi e il figlio Nunzio, di appena due anni, Morra non ha concluso la pena. Il Tribunale di Sorveglianza di Roma gli ha infatti concesso la detenzione domiciliare per otto mesi per consentirgli di sottoporsi alle cure mediche necessarie.
La decisione è stata assunta nonostante il parere contrario espresso sia dalla Procura di Napoli sia dalla Direzione nazionale antimafia, che avevano evidenziato il peso criminale del detenuto. I giudici hanno tuttavia ritenuto prevalenti le condizioni di salute, autorizzando la prosecuzione della pena in regime domiciliare.
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