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Lo Sceriffo è tornato. E non chiede permesso. Avanza lungo corso Vittorio Emanuele con il suo seguito, tra strette di mano, sorrisi compiaciuti e calici alzati ai tavolini dei bar. In mano un foglietto scritto a penna, quasi fosse la lista dei fedelissimi: «Questo è con me. E pure questo. I socialisti, i verdi… parecchi dem, si capisce». La campagna elettorale è appena iniziata, ma sembra già teatro.
«Elly? Chi è questa Elly?», ironizza, tra il gioviale e lo sprezzante, mentre qualcuno gli si avvicina: «Don Vincenzo, bell!». Gli danno del voi, poi abbassano lo sguardo come davanti a un capo che non ha mai davvero lasciato il comando. E lui, con quel sorriso che neppure la satira riesce più a imitare, rilancia: «Dovreste andare a piedi al santuario di Pompei per ringraziare la Madonna che mi ricandido a sindaco…».
Il protagonista è Vincenzo De Luca, 76 anni, per un decennio governatore della Campania e prima ancora sindaco-padrone di Salerno. Un politico che non ha mai fatto mistero della sua vocazione al comando, più che dell’appartenenza ideologica. Per lui la politica è sempre stata soprattutto gestione del potere, capacità di costruire consenso, controllo del territorio.
Oggi il suo ritorno assume i contorni di una saga familiare. La dinastia De Luca si muove tra fedeltà personali, equilibri interni al partito e rivalità che ricordano più logiche feudali che tradizioni repubblicane. In questo racconto c’è anche il figlio Piero, deputato e segretario regionale dem, figura ambiziosa ma inevitabilmente schiacciata dall’ombra ingombrante del padre, più esperto, più feroce, più abituato alla battaglia.
La scena madre va in onda alla Camera di Commercio, durante il convegno “La libertà di partire, il diritto di restare”. È lì che De Luca annuncia il suo ritorno. Si sistema gli occhiali con la mano leggermente tremante, scandisce le parole con tono ipnotico: «Sì… ricomincia… riprendo la città e la provincia… dobbiamo ridare speranza… tranquillità… alle famiglie… devo bonificare un’intera area urbana».
Non è solo una candidatura. È un’incoronazione. A Salerno, più che una sfida elettorale, sembra l’ennesimo capitolo di una storia che si rinnova da trent’anni: lo Sceriffo che torna a reclamare la città come fosse cosa sua, tra applausi, timori e un copione che tutti conoscono a memoria.

