Feltri rischia la galera per il titolo “Patata bollente” e usa Libero per difendersi

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Il 10 febbraio 2017 Libero usciva in edicola con uno dei titoli che più degli altri ha generato polemiche negli ultimi anni. “Patata bollente” campeggiava sotto la testata, a introduzione di un articolo in cui si sarebbe parlato della sindaca di Roma, Virginia Raggi, che si trovava “nell’occhio del ciclone per alcune vicende comunali e personali”. Un’espressione che la prima cittadina reputò “volgare e sessista”, e che non consisteva in “nessun diritto di cronaca” né di “critica politica”, bensì soltanto in “parole vomitevoli”. Per questo motivo decise di querelare Vittorio Feltri, direttore editoriale, e Pietro Senaldi, direttore responsabile del giornale. I due furono rimandati a giudizio, e il prossimo 5 ottobre a Catania ci sarà l’ultima udienza prima che i giudici si ritirino in camera di consiglio per poi emettere sentenza.

“Vogliono Feltri in galera”, titola questa mattina LiberoQuesto perché il pm ha chiesto per lui 3 anni e 4 mesi di reclusione, oltre a 5mila euro di multa. Per Senaldi la richiesta è invece di otto mesi. Richieste che – secondo Tommaso Montesano, che ha curato l’articolo – sarebbero illegittime per via di una recente pronuncia della Corte Costituzionale, risalente allo scorso 12 luglio. La consulta avrebbe infatti dichiarato incostituzionale l’articolo 13 della legge sulla stampa, quello che prevede la “reclusione da 1 a 6 anni e una multa” in caso di diffamazione a mezzo stampa. Questo è il riferimento legislativo in base al quale è stata formulata la richiesta di reclusione per i due direttori, ma secondo la suprema corte andrebbe applicato solo in “casi in cui la diffamazione si caratterizzi per la sua particolare gravità”, come ad esempio discorsi d’odio, istigazione alla violenza, campagne di diffamazione. “Altrimenti sia prevista una pena sostitutiva”,  scrivono i giudici.

Nel suo editoriale apparso oggi su Libero, Feltri ha sostenuto che “la minaccia del carcere può produrre l’effetto di dissuadere i giornalisti dall’esercizio della loro cruciale informazione di controllo dell’operato dei pubblici poteri”. Ha anche ammesso di aver spinto molto su quel titolo, pur smarcandosi dalle accuse: “Anche se il titolo fosse offensivo – ha scritto – non sarebbe una campagna diffamatoria, che si concretizza attraverso una serie di articoli che propaghino bugie”. In ultimo, ha rivolto un appello alla ministra della Giustizia, Marta Cartabia: “Prego la ministra Cartabia, che della Corte Costituzionale è stata presidente, di intervenire per bloccare quanto sta avvenendo”.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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