“Non vittime delle pressioni del clan ma complici in una società di fatto, in un clima di assoluta impunità”, scrivono i giudici del Riesame nelle 50 pagine che raccolgono le motivazione della conferma degli arresti nei confronti di Aniello e Raffaele Cesaro.
“Il patto era destinato a far guadagnare tanto i Cesaro quanto i Polverino”. L’operazione Pip, insomma, mai avrebbe potuto avere luogo senza il diretto coinvolgimento del clan allora egemone in città. E’ un ex commercialista dei Cesaro a raccontare il retroscena di un incontro di affari tra i Polverino, in particolare il capoclan a quel tempo latitanti ed alcuni imprenditori in odor di camorra. “Non mancarono in quell’occasione epiteti sferzanti nei confronti dei magistrati e forze dell’ordine da parte di Raffaele e dei Simeoli. Inoltre, ricordo che i Simeoli, congratulandosi con i Cesaro per l’elezione del fratello Luigi, rivendicarono il sostegno politico fornito”. Sostegno che si tradusse anche con l’elezione di Di Guida Antonio, sempre nell’anno 2009, alla carica di consigliere provinciale.
Un quadro ben diverso da quello raccontato dai Cesaro, che durante un colloquio con gli investigatori aveva descritto un clima di terrore, con uomini del clan che li avevano circondati e minacciati.
I Polverino, secondo gli inquirenti, garantivano potere criminale e parte dei soldi (400 mila euro il primo investimento) e i Cesaro amicizie all’interno dell’apparato amministrativo, riuscendo ad ottenere espropri per recuperare in tempo record i terreni e altre autorizzazioni o documenti. I pochi funzionari che segnalavano irregolarità venivano allontanati o messi in condizione di non operare.
I magistrati dell’ottava sezione del Riesame hanno ripercorso tutte le fasi della realizzazione del Pip, che in un primo momento doveva essere affidato ad Angelo Simeoli e alle sue società. Lo conferma lo stesso commercialista di Bastone, Di Nunzio, indagato dai magistrati nello stesso procedimento e ascoltato nelle scorse settimane.
Il Riesame si è soffermato sulle fasi preliminari all’affidamento dei lavori, sugli incontri tra Simeoli, Cesaro e i Polverino, Giuseppe, il capoclan, e Salvatore, alias Toratto, da qualche giorno in carcere. Il ruolo di Di Guida, amico, referente dei Cesaro e in strettissimi rapporti con “Bastone”, di Oliviero Giannella (nella foto), che interviene, essendo tecnico di riferimento di Salvatore Polverino, figlio del latitante Antonio, per “sistemare le carte”, con sistemi spesso illegali, in vari momenti: tra il 2009 e il 2010 e nel 2016, allorquando iniziano i controlli nell’area di via Migliaccio. Su Giannella riferisce anche il pentito Perrone, che lo identifica come tecnico di riferimento del clan. Rapporti strettissimi tra Giannella e Toratto, come ricostruito anche dalle intercettazioni ambientali e telefoniche.
E’ lo stesso Giannella, intercettato nei mesi scorsi, ad ammettere che la convenzione del Pip era completamente sbilanciata verso i Cesaro. Giannella dice testualmente: era fatta ad “usum delphini”. Quella convenzione era stata redatta durante la gestione Bertini, il sindaco che aveva anche incaricato il defunto Nico Santoro, tecnico di fiducia dei Cesaro, di seguire tutto l’iter burocratico propedeutico alla realizzazione del Pip. Un altro tecnico scelto da Bertini, Armando Santelia, capo dell’ufficio tecnico di Marano, manomette un atto di gara per sua stessa ammissione, al fine – secondo gli inquirenti – di agevolare la società dei Cesaro. E’ lo stesso capoclan Giuseppe Polverino a ricordare a Toratto, suo cugino, e agli affiliati presenti in un summit che si tenne qualche anno fa a Marano, che se “non si fosse mosso per togliere il foglietiello i Cesaro non avrebbero vinto la gara” (c’era un’altra ditta interessata, la Giustino Costruzioni) e che dovevano quindi mantenere gli impegni presi con il sodalizio criminale.
I giudici si soffermano anche su altri aspetti: l’affare villa dei Gerani e le operazioni immobiliari che vedono a stretto contatto Giannella e Di Guida Antonio.
Racconta il pentito Perrone: “Peppe Polverino riferì a suo cugino Salvatore (Toratto) quanto segue: “Lo sai quel cornuto di Di Guida cosa va dicendo in giro? Si è andato a lamentare con Ciaulone e Bastone dicendo che noi facciamo pagare le estorsioni a livello disumano mentre lui, per villa Dei Gerani, 70-80 appartamenti, si è accordato (con i Lo Russo e altri ndr) per 450 mila euro”. Giannella inoltre, in occasione dell’estorsione richiesta dagli Orlando a Di Guida, si muove per ottenere l’interessamento dei Polverino; contatta Toratto e spera di poter aver un incontro con Antonio Polverino (Zi Totonno), zio del “Barone” da anni latitante”.
“Un rapporto non occasionale, quello tra Giannella e il clan”, scrivono i giudice del Riesame. Come non occasionale, ma anzi di strettissimo è il legame d’affari instaurato negli anni con Di Guida. “Non ostative alla custodia in carcere di Giannella anche le attuali condizioni di salute, compatibili, secondo i giudici, con il regime carcerario”. Giannella è tuttora ricoverato in un ospedale di Napoli.
Per quel che concerne i Cesaro, infine, i giudici rispediscono al mittente le contestazioni della difesa, in ordine alla mancata consegna di alcuni file audio da parte della pubblica accusa. File forniti con qualche giorno di ritardo, che hanno determinato però anche lo slittamento della discussione del Riesame.
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