La maglia “pezzotto” di una ragazzina, la mortifcazione e la lezione (di umanità) che De Laurentiis ha perso

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Ci sono episodi che valgono più di mille conferenze stampa. Gesti che raccontano una persona molto più di qualsiasi slogan sul senso di appartenenza, sulla famiglia azzurra o sull’amore per i tifosi.

È quello che è accaduto a Dimaro, durante il ritiro del Napoli. Protagonista una ragazzina di appena 16 anni. Indossava una maglia “pezzotto”, una di quelle repliche che tante famiglie acquistano perché un prodotto ufficiale costa troppo. Si avvicina ad Aurelio De Laurentiis, gli chiede una foto con l’entusiasmo e l’ingenuità tipici di chi vede il presidente della squadra che ama. La risposta, però, non è un sorriso. È una lezione pubblica.

La ragazza, con disarmante sincerità, lascia intendere di non potersi permettere una maglia originale. E proprio lì si consuma la scena. Invece di cogliere l’occasione per fare un gesto di umanità, trasformando quel momento in un ricordo indelebile, prevale la mortificazione. Per una quattordicenne. Per una tifosa.

Nessuno mette in discussione la battaglia contro la contraffazione. È giusto difendere il merchandising ufficiale, il lavoro delle aziende e i diritti di chi produce. Ma esiste una differenza enorme tra il contrasto al mercato del falso e l’umiliazione di una ragazzina. La legge si fa nelle sedi opportune. L’empatia si dimostra davanti alle persone.

Un presidente che guida il club campione d’Italia, un imprenditore di enorme successo, avrebbe potuto dire: “Te la regalo io”. Sarebbe stata una lezione vera, capace di coniugare legalità e sensibilità. Invece è rimasta l’immagine di un adulto che rimprovera una minorenne il cui unico “reato” era quello di non avere abbastanza soldi.

Ed è forse questo l’aspetto più amaro della vicenda. In un Paese in cui il costo della vita cresce e tante famiglie fanno i conti con difficoltà economiche, una maglia non originale non è sempre una scelta: spesso è l’unica possibilità per un ragazzo di sentirsi parte della propria squadra. Quel simbolo cucito sul petto rappresenta passione, non ricchezza.

Ancora più sorprendente è il silenzio che ha accompagnato questa storia. Pochi commenti, poche analisi, pochissime critiche. I grandi giornali hanno dedicato spazio marginale a un episodio che, se avesse avuto come protagonista un altro presidente o un altro club, probabilmente avrebbe alimentato un dibattito ben più acceso.

Perché il punto non è la maglia. Il punto è il potere. Chi ricopre un ruolo pubblico, soprattutto nel calcio, sa che ogni gesto diventa un messaggio. E quando quel messaggio è rivolto a una ragazzina di 14 anni, bisognerebbe ricordarsi che il rispetto vale molto più di qualsiasi etichetta cucita su una maglia.

© Copyright redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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