L’angolo dello psicologo. Matrimonio in bilico: la differenza di età nella coppia, tra pregiudizi e realtà

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Gentile dottore, ho lottato contro tutti e tutto quando 5 anni fa ho deciso di sposare il mio compagno, più grande di me di trent’anni. Innamoratissimi entrambi, non vedevamo ostacoli al grande amore che ci univa; il senso di sicurezza che mi dava il rapporto compensava ogni paura, ogni sacrificio. Passati gli anni e senza aver realizzato la maternità, le cose sono notevolmente cambiate: vedo ora in lui la decadenza e il mio corpo rifiorire ogni giorno in una giovinezza che lo sport e la dieta mi aiutano a mantenere intatta. Cosa ne è stato del mio grande amore e della forte attrazione per mio marito? Non riesco ad essere fedele idealmente alla mia scelta d’amore.

Francesca di Napoli

Risposta

Un amore che è nato sfidando i pregiudizi, le ilarità che si nascondevano anche negli sguardi non proprio benevoli che il pubblico rimandava.  Sì, come alla prima di uno spettacolo, tutti sono pronti a giudicare, ma l’amore non può essere giudicato in nessun modo, né tantomeno attraverso la data che attesta la nascita biologica della persona. Sono tanti a porsi domande sulla differenza di età più giusta all’interno della coppia. Ma l’amore nasce sempre su un processo di idealizzazione della persona amata, che viene vista così come da bambini si vedevano unici i propri genitori, fautori della vita dei figli. L’idealizzazione è una regressione a stadi più arcaici, ed è chiaro che un rapporto   dove la differenza di età è più che evidente, ci sono in gioco molte fantasie che si vanno ad incastrare con il proprio vissuto, a partire da quello genitoriale. Come in ogni rapporto amoroso, è la realtà che subentra nella fase della rottura dell’incantesimo, a porre fine all’idealizzazione attraverso la disillusione che, oltre al disincanto, genera anche amarezza. In questo caso la disillusione sta riportando alla persona l’immagine dell’amato nella sua nudità, una visione che genera ansia in  quanto vista attraverso il fantasma della decadenza e della dissoluzione. Che fine ha fatto la felicità? Quella che veniva fuori dal “patto” stabilito con l’amato, di cui ci si “prendeva cura”? Da queste riflessioni bisogna partire se si vuole recuperare qualcosa di proprio andato perso nella con-fusione dell’idealizzazione, per comprendere che non è amore, ma una ricerca di cura per sé, che può avvenire anche attraverso l’amore per una persona molto più grande.

Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta

© Copyright Redazione, Riproduzione Riservata. Scritto per: TerranostraNews
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