Valter Lavitola respinge con decisione ogni accusa di essere il mandante del presunto attentato ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci, conduttore di Report. L’ipotesi investigativa, secondo cui l’attentato sarebbe stato organizzato per favorire un eventuale ingresso di Ranucci in politica, viene liquidata dall’ex editore come del tutto priva di senso: «Saremmo stati due deficienti», afferma.
Pur dichiarandosi molto preoccupato per l’indagine che lo coinvolge, Lavitola spiega di continuare la sua normale attività lavorativa. Sostiene inoltre di avere fiducia negli investigatori e nella Procura, che definisce di «livello top», precisando però che proprio l’autorevolezza degli inquirenti rappresenta per lui motivo di ulteriore apprensione.
Nel tentativo di spiegare la propria posizione, Lavitola richiama una delle vicende più controverse della sua carriera, quella legata alla casa di Montecarlo di Gianfranco Fini. Ammette di aver costruito allora una narrazione basata su un documento falso, intrecciato però con elementi reali, rendendo così la vicenda difficilmente contestabile. Per questo ritiene possibile che anche oggi una serie di circostanze vere possa aver orientato le indagini nella direzione sbagliata.
Tra questi elementi cita il fatto che l’attentato sia realmente avvenuto, le numerose visite effettuate negli ultimi tempi nella zona dell’abitazione di Ranucci perché interessato all’acquisto di una villetta, la presenza di contratti che documenterebbero tali sopralluoghi e il rapporto con Gomez, che aveva lavorato e vissuto nella sua abitazione ed è originario dello stesso paese di uno dei quattro arrestati. Gomez, aggiunge, si troverebbe attualmente all’estero.
Secondo Lavitola, la somma di questi elementi potrebbe aver portato gli investigatori a formulare una ricostruzione errata, proprio come, a suo dire, accadde nella vicenda che coinvolse Fini.
L’ex editore racconta di non aver avuto contatti con Sigfrido Ranucci negli ultimi giorni, ma gli rivolge due messaggi. Da un lato si dice ferito dalle dichiarazioni del giornalista, secondo cui, anche nell’ipotesi in cui fosse stato lui a organizzare l’attentato, non lo avrebbe comunque fatto con l’intenzione di ucciderlo. «Era ed è il mio migliore amico», afferma Lavitola, spiegando di essersi sentito profondamente offeso da quella riflessione. Dall’altro esprime amarezza per il fatto che Ranucci abbia richiamato la malattia di suo figlio nel raccontare l’origine della loro amicizia.
Infine, Lavitola conferma di aver commissionato mesi fa un sondaggio sulla figura di Ranucci. Racconta che l’iniziativa nacque dopo l’incontro con un esponente dell’Internazionale Socialista, del quale preferisce non rivelare il nome, che gli avrebbe parlato della necessità di individuare personalità europee capaci di contrastare l’avanzata della destra sovranista e populista. Tra queste, secondo quel ragionamento, sarebbe stato indicato anche il nome del conduttore di Report. Da lì sarebbe nata l’idea di realizzare, con l’aiuto di due giornalisti, un sondaggio calibrato sulla possibile figura politica di Ranucci.
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