Gentile dottore, sono una semplice casalinga, una donna di paese, che lavora anche la campagna. E mi scuso se faccio degli errori, che sicuramente non so scrivere. Abito in periferia, vicino al mare che amo, nata a Monte di Procida non me ne sono mai allontanata. Vivo nella mia famiglia, mia madre mio padre e un fratello e ho 45 anni. Zitella. È accaduto che io sono andata in pronto soccorso. Anzi mi hanno portato che urlavo e dicevo tante cose strane. Anche che qualcuno mi voleva fare del male e io gridavo perché perché! ?…poi mi hanno messo legata per tutta la notte e io continuavo a dire che mi avevano rapita ma era inutile…nessuno voleva pagare il riscatto perché non hanno soldi a casa…e io non valgo nulla. Poi mi sono svegliata in un letto legata. E non ricordavo niente e così mio fratello ha firmato e io sono tornata a casa. E tutto come prima. Io vorrei sapere dottore che voi siete veramente bravo. Vorrei sapere dottore che cosa mi è successo. Perché non ricordo nulla? Sono impazzita per 1 giorno. Ho tanta paura che mi ricapita e non mi sveglio più dalla pazzia. Grazie dottore. Voi che siete bravo, tante grazie.
Annamaria (Monte di Procida)
Salute mentale! Non malattia. La differenza non è riferibile solo a una questione lessicale, ma è molto più profonda, diremmo sostanziale. In gioco vi è la persona compresa in tutti i suoi aspetti e non la patologia a caratterizzarla attraverso un sintomo. Bisogna andare oltre le manifestazioni sintomatiche per arrivare a considerare l’individuo nella sua globalità, che ne fa un essere nel mondo al di là dei giudizi di ordine medico, che riconducono il danno al solo valore di tipo biologico. La condizione umana può prevedere nella storia personale di ognuno di noi, anche il trauma, l’arresto, il fallimento, la perdita, che possono essere considerati come minacce immanenti nella propria vita, facendo di essa (alla loro comparsa) una forma di esistenza mancata. Il disagio prende spesso le linee della sofferenza, della solitudine, della tristezza, dell’ossessione, della disperazione, smarrendosi di fronte all’impossibilità di indicarne un motivo, l’origine, la ragione profonda. L’incapacità di decidere, di darsi degli scopi, la rinuncia a nuovi progetti di vita, lasciano spazio alla creazione di blocchi che cementano la persona al suo stesso disagio, favorendo così l’emergere di stati che diventano la voce del malessere. Una voce che nelle sue diverse manifestazioni diventa richiesta di aiuto (non sempre accolta), ai propri cari, alle persone in relazione quotidiana, al prossimo in generale. Nietzsche: “Che ne è della vita in questo vivere?”; la sofferenza va accolta, non etichettata, portata alla consapevolezza della persona per farla diventare parte della propria storia (da non eludere), per poterla valutare come un punto da cui partire, se si vuole considerare il libro della vita aperto ad altri capitoli nell’ambito del possibile e non solo nelle forme mancate.
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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