Negare l’evidenza non basta più. In Campania esiste una questione morale che riguarda una parte consistente del sistema di potere costruito negli anni attorno al Partito Democratico e al centrosinistra. Non si tratta di una tesi politica, ma di una sequenza di fatti che, osservati nel loro insieme, impongono una riflessione seria.
Negli ultimi anni diversi Comuni amministrati dal centrosinistra sono stati sciolti per infiltrazioni della criminalità organizzata. L’ultimo caso è quello di Castellammare di Stabia. Prima ancora sono arrivati gli scioglimenti di Torre Annunziata, Caserta, Pagani e Sarno. Marano rappresenta uno dei simboli più drammatici di questa emergenza istituzionale, con ben cinque scioglimenti in meno di trent’anni. A questi si aggiungono Sant’Antimo, Villaricca e Caserta, territori dove lo Stato è dovuto intervenire per ristabilire condizioni minime di legalità amministrativa.
Non tutti gli scioglimenti riguardano amministrazioni dello stesso colore politico e ogni vicenda presenta caratteristiche proprie. Tuttavia, è legittimo osservare che numerosi casi recenti in Campania hanno interessato amministrazioni riconducibili al centrosinistra. È un dato politico che merita un confronto serio, senza semplificazioni né negazioni.
La normativa sullo scioglimento dei Comuni per infiltrazioni mafiose, del resto, non rappresenta una condanna penale degli amministratori. È uno strumento di prevenzione che interviene quando emergono elementi concreti, univoci e rilevanti dai quali si possa desumere un condizionamento della criminalità organizzata sull’attività amministrativa. Proprio perché non è una sentenza, dovrebbe spingere la politica a interrogarsi ancora di più sulla qualità delle proprie classi dirigenti e sulle frequentazioni che vengono tollerate.
A questo quadro si aggiungono episodi che hanno alimentato il dibattito pubblico. A Ercolano il Partito Democratico è arrivato al commissariamento della struttura cittadina dopo vicende che hanno coinvolto rapporti con ambienti della criminalità organizzata. Più recentemente hanno suscitato polemiche le immagini dei festeggiamenti elettorali con la presenza di persone gravate da precedenti penali, riaccendendo il tema dell’opportunità politica e della selezione della classe dirigente.
Il problema, però, non riguarda soltanto la criminalità organizzata. La Campania è stata attraversata anche da numerose vicende giudiziarie e politiche che hanno messo al centro accuse di corruzione, gestione clientelare del consenso e sistemi di potere radicati.
Il caso dell’ex presidente della Provincia di Salerno e già sindaco di Capaccio Paestum, Franco Alfieri, per anni considerato uno dei più stretti collaboratori politici del presidente Vincenzo De Luca, è diventato uno degli esempi più discussi di questo intreccio tra potere amministrativo e vicende giudiziarie. Così come continua a far discutere il percorso politico di Giovanni Zannini, per anni vicino alla maggioranza regionale di centrosinistra e oggi approdato in Forza Italia, simbolo di un trasformismo che spesso sembra prevalere sulla coerenza politica.
A tutto questo si aggiunge una questione che ha segnato profondamente il dibattito nazionale: Mafia Capitale. Pur essendo una vicenda romana, ha mostrato come il rischio di contaminazione tra politica, affari e criminalità possa riguardare anche forze politiche che per anni hanno rivendicato una presunta superiorità morale. Una lezione che avrebbe dovuto indurre tutta la classe dirigente a maggiore prudenza e severità nella selezione dei propri rappresentanti.
La vera emergenza, infatti, non è soltanto la presenza della criminalità organizzata, ma la costruzione di sistemi di consenso fondati sul clientelismo, sulle reti di potere personali e su rapporti opachi tra politica, interessi economici e territori. Quando questi meccanismi diventano ordinari, la legalità rischia di trasformarsi in un principio proclamato nei comizi ma indebolito nella pratica amministrativa.
Per troppo tempo ogni critica è stata liquidata come propaganda dell’avversario politico. Eppure i provvedimenti di scioglimento vengono adottati dal Governo sulla base delle relazioni delle prefetture e delle commissioni d’accesso, non sulla base delle polemiche di partito.
La questione morale, dunque, non può essere affrontata soltanto quando esplode uno scandalo o arriva un’inchiesta giudiziaria. Richiede una selezione rigorosa della classe dirigente, trasparenza nelle candidature, distanza da ogni area grigia e una netta incompatibilità con qualsiasi forma di clientelismo o contiguità con ambienti criminali.
E richiede rinnovamento, totale, della classe dirigente.























