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Egregio Direttore,
assistere, ormai anche da lontano, al degrado della città in cui sono nato e cresciuto provoca in me amarezza e delusione. Una città che ricordavo diversa, dove le conflittualità di opinione non raggiungevano i livelli di oggi e dove, pur nelle difficoltà economiche e culturali, esistevano ancora senso della misura, rispetto reciproco e soprattutto una maggiore onestà morale.
La gente era umile, spesso con pochi mezzi e poche opportunità, ma possedeva una dignità che oggi sembra smarrita. Si discuteva, ci si confrontava anche duramente, ma senza quell’aggressività permanente che oggi sembra soffocare ogni possibilità di dialogo civile.
Ricordo con particolare intensità gli anni della mia giovinezza, quando la mia esperienza di giovane attivista della Democrazia Cristiana non si limitava all’impegno politico, ma si estendeva al vivere comune, al senso di appartenenza e alla partecipazione autentica alla vita della città. Erano anni in cui si credeva ancora che il futuro potesse essere costruito insieme.
In quel periodo ebbi anche il privilegio di incontrare e collaborare con un uomo che considero ancora oggi un cittadino all’avanguardia, dotato di una visione futuristica che raramente ho ritrovato in altre persone: Lello Credentino.
Egli sognava una città diversa, moderna, più umana. Voleva costruire parchi, creare spazi di aggregazione, dare ai giovani opportunità lavorative e restituire dignità al territorio attraverso progetti concreti e lungimiranti. Condivideva con me le sue idee, le sue speranze, la sua visione di una comunità capace di crescere senza perdere la propria anima. Mi considero ancora oggi uno dei pochi fortunati ad aver ascoltato quei pensieri e ad averne compreso il valore umano e civile.
Purtroppo, però, Lello non fu realmente compreso. Molti concittadini sembravano interessati soltanto alla pecunia, al vantaggio immediato, incapaci di guardare oltre il proprio interesse personale. Eppure nella nostra città non mancano professionisti, costruttori, imprenditori e persone economicamente affermate, alle quali dovrebbe stare a cuore il desiderio di presentare un volto più pulito, decoroso e dignitoso del proprio paese.
Amare la propria terra non dovrebbe limitarsi alle parole o ai ricordi nostalgici, ma tradursi anche in contributi concreti, in investimenti morali e civili, nella volontà di lasciare qualcosa alle future generazioni. Una città curata, vivibile e bella non rappresenta soltanto un vantaggio estetico, ma un patrimonio collettivo che appartiene a tutti.
Poi la vita mi portò lontano. Mi trasferii in una città del Nord e da allora sono passati quasi trent’anni. Ricordo ancora le parole di Lello, quando mi incoraggiava a tornare presto nella mia terra, quasi a voler impedire che il distacco diventasse definitivo.
Ed è impossibile, pensando a questa lunga lontananza, non ricordare i versi di Ugo Foscolo e quel sentimento profondo del vivere “sempre fuggendo di gente in gente”. Perché stare lontani dalle proprie radici è un dolore silenzioso: i luoghi cambiano, i volti scompaiono, i ricordi lentamente si affievoliscono, ma resta dentro una nostalgia difficile da spiegare a chi non l’ha vissuta.
Eppure continuo a credere che una rinascita sia ancora possibile. Se la gente fosse più attenta, meno dominata dall’invidia, dalla gelosia e dalla bramosia di potere, potrebbe riconoscere e sostenere giovani capaci, persone con idee nuove, visione e amore sincero per il territorio.
Una comunità cresce quando smette di distruggere i propri talenti e inizia invece a valorizzarli. Solo così si può guardare oltre il degrado e immaginare una nuova alba nascere sulla nostra città, fondata non sull’interesse personale, ma sul rispetto, sulla solidarietà e sulla volontà comune di costruire un futuro migliore.
Con rispetto e sincera emozione,
Domenico Gagliardi
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