Che effetto le ha fatto la notizia dell’arresto in Iran della reporter Cecilia Sala?
Spulciando sui social, sono stati ripescati vecchi tweet della Sala contro i marò.
«Da militare e da uomo mi spiace leggere quelle parole. Sputare sentenze non è mai corretto perché si dovrebbe sempre verificare ciò di cui si parla e, nel nostro caso, Cecilia ha sbagliato. Mi auguro che quando sarà tornata – e sono certo che con questo governo la sua storia si risolverà bene – potremo sentirci. E non per delle scuse, che lasciano il tempo che trovano, ma per confrontarci su questa esperienza che ci unisce».
Lei non dimentica il passato quindi
«Può essere che la Sala abbia fatto quelle esternazioni per un suo pregiudizio politico o a causa della sua giovane età. Le motivazioni mi interessano poco. In ogni caso credo che si sia lasciata trascinare e che abbia parlato per partito preso. Sono convinto però che il tempo aiuti, soprattutto a crescere e riconoscere i propri errori».
Qual è il consiglio che darebbe a Cecilia per aiutarla a resistere?
«Posso solo dirle ciò che ha aiutato me, sperando le serva. Le direi di fare affidamento sulla forza dell’innocenza e di non abbassare la testa. Lo deve fare perché è italiana. Vorrei farle arrivare il calore della gente. In queste situazioni non c’è mai un colore politico: ci sono solamente gli italiani di fronte a un’ingiustizia da combattere e a una innocenza da far riconoscere. Come dicono gli alpini: Tieni botta, Cecilia».
Nessun rancore per quei post?
«No e nemmeno odio. Questi due sentimenti non mi appartengono, anche perché ti incattiviscono, ti logorano l’anima e ti cambiano. Preferisco essere me stesso, anche a costo di ricevere pugni nello stomaco, senza aver fatto male a nessuno e di poter dire a me stesso: Hai sempre rispettato il tuo prossimo come ti hanno educato i tuoi genitori».
Forse, come è successo sulla vostra pelle, anche su quella della Sala si stanno giocando partite più grandi.
«Dopo dieci anni di calvario, nessuno ha riportato la notizia della nostra innocenza. Quando bisognava darci degli assassini tutti parlavano di noi. Da militare questo trattamento mi ha fatto molto male ed è il motivo per cui ho voluto raccontare la mia versione dei fatti in un libro intitolato Il sequestro del marò. Conversazione con Mario Capanna. Mi auguro che Cecilia, una volta rientrata, si veda riconosciuto quello per cui a me non è stata data la gioia per cui esultare: l’innocenza».
Il Giornale

























