Garage Orlando, il processo a carico di due vigli di Marano alle battute finali. Ascoltato il teste Tessitore, ex comandante della caserma dei carabinieri

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Vigili accusati di omissione di atti d’ufficio e di aver favorito il clan Orlando, il processo è alle battute finali. Nei giorni scorsi, a Napoli nord, sono stati escussi quattro testimoni: l’ex comandante della tenenza dei carabinieri, il capitano Francesco Tessitore (nella foto in basso), due dipendenti del Comune di Napoli, l’ente titolare del terreno su cui sorse (senza alcuna autorizzazione) un’autorimessa gestita a lungo dal fratello del super boss Antonio Orlando, oggi detenuto in regime di 41 bis, e un tecnico molto noto a Marano e nei comuni limitrofi.

La vicenda del garage Orlando risale al febbraio del 2018, quando gli allora commissari del municipio di Marano invitarono il dirigente dell’ufficio tecnico, l’ingegnere Pasquale Di Pace, ad eseguire un controllo in via De Curtis, dove era operativa l’autorimessa e dove, secondo la Dda, si sarebbero svolti in passato summit di camorra.

Il dirigente segnalò il caso al comando dei vigili urbani. Gli agenti e l’allora sovraordinato del Comune De Simone si recarono sul posto nei giorni successivi ma, secondo quanto ricostruito dalla pubblica accusa, non avrebbero relazionato in merito alle gravi anomalie rilevate. In realtà una relazione, che sarebbe però sprovvista di data, è stata prodotta dagli avvocati dei due imputati, gli agenti Sica e Cerullo, nel corso del processo e sul punto si è aperto un ampio dibattito. I due agenti, difesi dagli avvocati Carandente Giarrusso e Mosella, hanno sempre sostenuto la loro estraneità ai fatti contestati.

L’autorimessa venne chiusa solo verso la fine di marzo, con un provvedimento dell’ufficio attività produttive, e solo dopo la richiesta di ulteriori controlli – richiesti ai carabinieri – voluti dal dirigente dell’area tecnica. Prima della chiusura si sarebbero susseguite interlocuzioni tra vari comparti della municipale, verifiche urbanistiche, integrazioni al condono presentate (a controlli in corso) dal fratello del boss e gestore del garage. Per tramite dei tecnici Altomonte e Retillo, quest’ultimo si sarebbe interessato – secondo quanto dichiarato in aula da Altomonte – della parte relativa ai vigili del fuoco.

Dopo oltre un mese, accertato che l’immobile era da ritenersi abusivo, che il suolo su cui era sorto di proprietà del Comune di Napoli e in assenza di altri atti, il vertice amministrativo decise di rivolgersi anche ai carabinieri dell’allora tenenza (oggi compagnia). I militari dell’Arma, da quanto emerso in sede di dibattimento, avrebbero sollecitato la municipale ad ultimare le formalità richieste. Il capitano Tessitore, nel corso della sua deposizione, ha ricordato che gli “accertamenti sul luogo indicato iniziarono alla luce delle indicazioni orali fornite da Di Pace e che l’ordinanza di cessazione dell’attività fu firmata sulla scorta dell’accertamento dei carabinieri”. E ancora: “L’immobile fu sequestrato il 21 marzo del 2018, perché il signor Orlando continuava ad operare negli spazi oggetto del provvedimento di chiusura. La mancanza di una Scia – ha aggiunto Tessitore – non dà luogo ad alcuna sanzione, ma è necessaria ad ogni modo una comunicazione all’Ente. La mancanza di qualsivoglia titolo di proprietà da parte dell’Orlando imponeva comunque la cessazione dell’attività”.

Nel corso del dibattimento è inoltre emerso che l’area, in origine, era di proprietà di un ente religioso e che per un lungo periodo era stato data in sub affitto alla famiglia Granata e da questi ceduta ad Orlando. Allo scioglimento dell’istituto, tutto era confluito nel patrimonio del Comune di Napoli, che non ha mai saputo – fino all’avvenuto sequestro – che su quel suolo era sorto un garage.

© Copyright Fernando Bocchetti, Riproduzione Riservata. Scritto per: TERRANOSTRA | NEWS
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