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Baby gang scatenate, lo psicologo: “Violenza come affermazione di sè stessi in un mondo straniero”

Da
redazione
-
21 Gennaio 2018
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    Gentile dottore, ero già dell’idea che il degrado della nostra società fosse ai limiti, ma alla luce degli ultimi episodi delle baby gang ne sono fermamente convinta. Sono madre di figli adolescenti, proprio della fascia di età dei ragazzi che si sono resi colpevoli di una violenza cieca e ingiustificata, e sono più che preoccupata, spaventata da ciò che potrebbe loro accadere. Quando avevo la loro età già i miei genitori mi permettevano passeggiate pomeridiane con le amiche, andavo e venivo da scuola da sola, certo con mille preoccupazioni, ma non si arrivava a temere quello che noi temiamo per i nostri figli. Cambiare città? E dove andare, se questo fenomeno sta dilagando anche al Nord. Che tristezza, in che mondo siamo? Perché questi ragazzi si lasciano andare a tale brutalità? Cosa gli passa per la testa?

    Teresa, Mugnano

    Si parla degli adolescenti guardando ai comportamenti, alla ferocia e all’accanimento violento con cui sono capaci di aggredire e colpire a morte, e alla preoccupazione e all’ansia si affianca un profondo senso di impotenza. Il mondo degli adulti si interroga e si chiede dove abbia sbagliato, cosa sia mancato nell’educazione dei ragazzi, quasi se si trattasse di un “addestramento” fallito, che non ha raggiunto gli obiettivi prefissati. I problemi che affliggono il mondo giovanile sono numerosi, si parla di baby gang, di alcolismo, di dipendenza, di violenza. Appunto “si” parla: fenomeni, comportamenti di massa, trattati come se fossero indotti da una moda, legati al momento. Si continua a parlare di comportamenti, ma non di individui. I ragazzi, tutti i ragazzi, sono individui e ad essi va riconosciuto il diritto di esprimere il proprio mondo e i propri pensieri. Mettersi in ascolto di fronte ai nostri ragazzi, come genitori o come educatori, senza giudizi né pregiudizi,  è il primo passo per comprenderli e per prevenire disagi estremi. I luoghi per eccellenza deputati alla comunicazione e all’ascolto sono due: la famiglia e la scuola. Ci si pone nell’ambito di queste due istituzioni in una modalità reale di ascolto? Le violenze e le aggressioni di cui sentiamo in questi giorni, non solo a Napoli, ma anche in altre città italiane, ci inducono a metterci tutti in discussione, non come addestratori, ma come adulti che, forse, si sono mostrati incapaci di rendersi disponibile di fronte all’adolescente “difficili”, adulti che  non hanno saputo riconoscere l’altro nei suoi bisogni, nei suoi desideri. Si fa leva sui comportamenti che sono atti sublimatori di sensi di colpa. Fa comodo a tutti tenere i ragazzi chiusi in camera incollati al pc e immersi nei social, come fa comodo che in una scuola alcuni “indesiderati” in classe vengano lasciati al proprio destino di “girovaghi” più o meno disturbatori. Ci “si” trova allora a parlare di fenomeni gravi pensando che l’accoltellatore non possa mai essere tuo figlio, così come non potrà capitare mai a lui di bere tanto da precipitare in un coma etilico. Bisogna cominciare ad avere una visione più ampia di quello che succede, solo empatizzando con il sociale, in modo che le emozioni degli altri possano diventare le nostre, le sofferenze degli altri possano diventare le nostre, solo allora si potrà riconoscersi in esse e comprenderle. Non si può pensare di risolvere tutto con la militarizzazione della città, sarebbe solo un modo per reprimere un fenomeno di cui invece siamo tutti responsabili, mettendo a tacere in modo rassicurante le nostre coscienze (dal punto di vista psicoanalitico ci sarebbe molto da approfondire in merito).  Quelli che i ragazzi vivono non sono già di per sé spazi autoesclusivi? L’alcol, le baby gang, l’autolesionismo, i disturbi del comportamento alimentare, evolvono, potremmo dire con modalità autistiche, nell’ambito di una mancanza di spazi di confronto. Facciamo dunque in modo che agli angoli delle strade non ci siano camionette della polizia e armi spianate, ma altro. Proviamo a pensare che è solo nello spazio che la persona evolve, e dallo spazio negato si esce con una evasione sentita come affermazione di libertà…ma è libertà?

    Dott. Raffaele Virgilio psicologo e psicoterapeuta

    virgilioraffaele@gmail.com

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