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Gentile dottore,
mi permetta alcune considerazioni sul tema della cultura, anche e soprattutto a proposito dello scempio della lingua italiana e dell’appello dei 600, che hanno messo in luce le carenze culturali dei giovani formati oggi dal sistema scolastico-universitario italiano. 600 professori universitari hanno denunciato, come saprà, l’ incapacità degli studenti a scrivere correttamente in italiano. Mi chiedo se sia giusto attribuire questo dato alla responsabilità degli studenti, piuttosto che al sistema in generale. Ho seguito due figli, prima nelle scuole di primo grado, poi, oggi, alle superiori e all’università. Vedo, attraverso di loro, come il sistema scolastico non sia cambiato in nulla rispetto ai “miei tempi” e mi chiedo: è ancora possibile proporre una scuola in cui le lezioni si svolgano in una sola classe per l’intera giornata? in cui i supporti multimediali sono malandati o gelosamente custoditi e sottratti all’uso? In cui lo spazio non è adeguato alle esigenze di una classe numerosa? E all’università è ancora peggio, un immobilismo assoluto perpetua atteggiamenti arroganti dei professori, che ritardano la lezione per costume e sono mal disposti verso gli allievi. Certo i ragazzi hanno delle responsabilità, una scarsa motivazione, un’immaturità leggibile nel perpetuarsi degli atteggiamenti protettivi dei genitori. Ma è innegabile che il sistema scolastico sia indietro di mezzo secolo, immutato nel tempo, mentre ogni settore della società si è trasformato. Piuttosto non dimentichiamo che quest’epoca ci costringe a consegnare ai nostri ragazzi una società disgregata nei suoi valori fondamentali. Non ci sono molte vie da seguire, l’etica è indefinita, la cultura svuotata, in gran parte, di senso. Dovremmo fare la differenza nelle capacità, di ognuno, degli insegnanti come dei genitori, di cogliere nuove opportunità, interpretare il tempo in cui si vive e noi stessi all’interno di questo tempo, ascoltando i nostri ragazzi e quello che di buono portano dentro.
Emilia di Marano
Ragazzi che non sanno scrivere, che non sanno leggere, che si ubriacano, che distruggono, che si isolano, che si drogano, che violentano. Non so se esistono altre categorie all’interno delle quali raggrupparli. Si tende ormai a classificarli facendo rientrare i loro comportamenti in schemi categoriali, dove anche il comportamento può essere codificabile, e chissà se un giorno verrà prodotto un farmaco pronto all’uso per ogni tipo di disagio. Sembra di avere a che fare con degli alienati, così lontani da noi, così distanti nella loro espressività da non far nascere forme di comprensione per quello che si verifica, perché non c’è nulla che possa essere compreso e giustificato da parte nostra. Da dove si inizia? una visione globale, centrata a prendere in considerazione il problema nella sua totalità, potrebbe essere il punto di partenza, anche per una sana messa in discussione da parte di tutti. Si è tutti coinvolti allo stesso modo, perché si è tutti immersi nello stesso contesto.La scuola ha un ruolo fondamentale, e prioritario, se venisse riconosciuta nella sua straordinaria “bellezza”. Ma la bellezza della scuola svanisce quando cominciamo a considerarla dal versante burocratizzato, il calendario, gli scrutini, tutti gli adempimenti, i programmi da seguire, come se tutti avessero bisogno degli stessi stimoli e contenuti. Se poi ad impartire lezioni troviamo insegnanti che per decenni hanno avuto il compito di insegnare sempre le stesse cose ogni anno, ci rendiamo conto che, in quanto esseri umani, ogni persona ha il proprio livello di frustrazione, che alla fine viene riversato sui ragazzi. Cosa insegnare? Se è possibile insegnare…Ricordo sempre le parole di un professore di filosofia, che, facendo sue le riflessioni di Seneca, era solito dire “So di non sapere”. Quel professore non ha mai fatto uso di argomenti prescritti, la sua lezione nasceva in classe, poggiava sul desiderio degli alunni, sul bisogno di libertà, che solo il docente appassionato riesce a leggere nello sguardo dei ragazzi, quando sembrano dire: “prof. guardami, voglio altro, non annoiarmi con le cose che già sai. Non è di questo che ho bisogno”. Si è solito infatti sentire i ragazzi dire: “parliamo”. La risposta più inadeguata è quella di rispondere: “di che cosa?”. Ma a scuola si va per parlare, perché è solo attraverso la parola che, divenendo linguaggio, mette l’altro in condizione di potersi separare dal proprio vissuto, poiché è solo così che si accede ad un altro livello: separandosi. Altrimenti sarà sempre un linguaggio intriso di altre reminiscenze, di altre storture, che non definiamo in forma tecnica: è in un quadro del genere che prendono forma quelli che vengono definiti i disturbi dell’apprendimento. Salviamo la scuola! Non con l’ennesima riforma, ma con la cultura, facendo riferimento a Pasolini, quando affermava che “la cultura può salvare la giovinezza dalla droga”. Dove per droga intendiamo il vuoto della dipendenza, generato là dove la mancanza della cultura lascia uno spazio vuoto nella mente dei nostri giovani.
Raffaele Virgilio, psicologo e psicoterapeuta
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