C’era una volta il modello Sánchez. Quello esibito dalla sinistra italiana come prova vivente che il progressismo europeo potesse ancora vincere, governare, dettare la linea. Oggi, però, quel laboratorio tanto amato dal campo largo somiglia meno a un esperimento politico riuscito e molto più a un enorme collezione di scandali di corruzione. Pedro Sánchez, premier socialista da otto anni, affronta infatti la fase più nera del suo mandato.
Il governo campione in corruzione
Sánchez non risulta formalmente indagato. E il garantismo, quando è serio, vale sempre, anche per gli avversari politici. Ma qui il punto non è solo penale. È politico. Perché il leader che nel 2018 arrivò al potere promettendo la “rigenerazione democratica”, dopo aver scalzato Mariano Rajoy con una mozione di sfiducia, oggi si ritrova circondato da inchieste che investono partito, entourage, ex fedelissimi, aziende pubbliche e famiglia.
Gli ultimi nomi finiti nella bufera sono quelli di Belén Gualda e Bartolomé Lora, presidente e vicepresidente della Sepi, la holding statale che gestisce partecipazioni pubbliche strategiche. Accanto a loro compaiono Mercedes González, direttrice generale della Guardia Civil, e Manuel Llamas, direttore operativo aggiunto dello stesso corpo, accusati di ostruzione alla giustizia per presunti tentativi di condizionare subordinati impegnati nelle indagini sul cosiddetto “circolo magico” del premier.
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